Birra all’ostrica: non lo sapevi? Esiste! Si chiama Oyster Stout ed ha radici antiche

L’oyster stout è la birra con l’ostrica dentro, una vera prelibatezza solo per veri intenditori. 

Oyster stout
Oyster stout-foto instagram @zebem.po.kuflu

Quando si parla di ostriche è inevitabile pensare allo champagne come giusto accostamento. Ma cosa direste se invece dello champagne ci fosse la birra? Può essere la birra la giusta compagna per le ostriche? Prima del monaco Pierre Pérignon che ha reso mousseux il vino a sud delle Ardenne, gli inglesi aveva già creato un abbinamento incredibile, quello tra birra e ostriche.

Anni fa le ostriche non erano affatto un piatto ricco e raffinato, erano il cibo più diffuso nella classe operai dell’epoca. Oggi per tre ostriche Bélon i ristoratori chiedono 15 euro, quando anni fa era cibo da poco. Il motivo per cui era così è che l’Inghilterra strabordava di ostriche dalle scogliere, quindi non costava nulla andarsele a prendere. La stessa cosa succedeva in Irlanda, Francia, Belgio, Olanda e le Isole del Canale.

Le ostriche accostate alla birra sono un binomio perfetto

Birra e ostriche
Birra e ostriche-foto instagram @homebar_penaqu

Anni fa in Inghilterra le ostriche erano il piatto per gli operai e loro ci accostavano la birra. Nello specifico la Stout scura e intensa coma sapore. Oggi questa birra è simbolo d’Irlanda ma è nata a Londra in realtà ai Docks come birra ufficiale dei Porters, ossia i camalli del porto sul Tamigi. Una birra ricca di gusto ma economica, adatta alle loro tasche e ben presto diventò di moda in tutti gli strati sociali della popolazione.

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Nel XVII sec quindi le ostriche erano le arachidi tostate di oggi insomma. Si trovavano ovunque su banconi di pub e taverne come spuntino economico. Si consumavano talmente tante ostriche che i produttori brassicoli cominciarono a usare i gusci frantumati, ricchi di carbonato di calcio per migliorare il sapore della birra.

Nel 1929 poi un mastro birraio neozelandese ebbe un’idea folle, quella d’infilare nel mosto direttamente in bollitura tutta l’ostrica compresa di guscio e mollusco per circa 30 minuti. Non è chiaro se la sua sia stata un’illuminazione o un’errore ma grazie a quel gesto è nata l’Oyster Stout, ossia una delle birre più unconventional della storia.

È scura, leggera e morbida, il dolce e l’amaro incontrano il sapido e l’umami con note iodate e salmastre. Dopo poco tempo anche il birrificio londinese Hammerton emulà la ricetta rendendola ancora più nota. Fu un successone perché le persone erano già abituate a consumare Stout e ostriche.

Ma come tutte le mode è passata anche questa e inoltre a causa dell’eccessivo sfruttamento e consumo delle conchiglie ma anche in conseguenza alla Rivoluzione industriale e dei reflui di scarico nella Manica, le ostriche ebbero un tracollo andando a ricoprire una posizione privilegiata come cibo di lusso.

Tuttavia la birra con l’ostrica non andò del tutto perduta, rimase in Irlanda e Isola di Man fino agli anni ’70 quando conquistò gli Stati Uniti. In alcuni luoghi d’Inghilterra poi il mollusco si usa ancora per produrre al birra come alla Porterhouse Brewing di Dublino. Anche nella Porterhouse Temple bar si consuma ancora l’Oyster Stout e a Galway a settembre si tiene l’Oyster festival.

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Anche in Italia si è diffusa questa moda con alcune rivisitazioni nostrane e oggi si trovano due esempi che sono la Perle ai Porci del birrificio del borgo di Rieti con Ostriche Fin de Claure bretoni e Telline del Litorale Romano e la meneghina Impe Stout del birrificio Lambrate con cozze ed alga dulse.