Il Neanderthal che c’è in noi ci influenza dopo milioni di anni: come

Dentro di noi vive ancora una parte dell’uomo di Neanderthal e questo influenza i nostri tratti neuropsichiatrici. 

Uomo di Neanderthal influenza il nostro cervello
Uomo neanderthal-foto pixabay orizzonteenergia.it

Molti studi dimostrano come l’analisi del DNA antico forniscono informazioni su come siamo a livello di specie dal punto di vista anatomico e sul funzionamento del nostro cervello. Ma qual’è il ruolo dell’informazione genetica nel plasmare il nostro cervello ed è possibile rintracciare in questo ruolo l’influenza di DNA ereditato da antiche specie umani che non sono più presenti sulla Terra.

Questo è un campo di indagini moderne interessante e difficili allo stesso tempo, per rispondere bisogna esaminare il contributo genetico che una delle specie con cui siamo più a lungo affiancati e ibridati, ossia l’uomo di Neanderthal ha lasciato nei nostri cervelli.

Vi sono tracce che ci fanno credere che molte persone abbiano delle similitudini con l’uomo di Neanderthal, dalla forma del cranio all’anatomia. E poi ci sono varianti genetiche che riportano a questa specie primitiva.

Cosa ci ha lasciato l’uomo di Neanderthal

Uomo Neanderthal ha un effetto sul nostro cervello
DNA uomo Neanderthal-foto pixabay orizzonteenergia.it

Nel nostro genoma si ritrovano varianti di geni ereditati da Neanderthal in una porzione variabili tra 1% e 2%, che regolano il sistema immunitario dei loro portatori moderni. Ma è stato anche dimostrato altro, infatti pare che individui moderni che portano più varianti genetiche di origine Neanderthal hanno forme del cranio che assomigliano maggiormente ai resti cranici di Neanderthal e contemporaneamente le regioni del cervello sottostanti mostrano alcune variazioni strutturali che correlano con il grado di introgressione di DNA antico.

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Usando poi la risonanza magnetica funzionale allo stato di riposo, si è potuto vedere come la connettività della stessa area del cervello interessata alla variazione morfologica con i circuiti neurali responsabili dell’elaborazione visiva risulta accentuata negli individui portatori delle varianti antiche a spese della connettività con altre aree legate all’elaborazione sociale.

Le stesse regioni anatomiche influenzate dal DNA antico sono state correlate da ampi studi genomici al rischio di schizofrenia di individui moderni, ci si pone il quesito se il totale di varianti genetiche di tipo Neanderthal che si riscontrano nel genoma di singole persone di oggi sia legato ad un rischio di schizofrenia.

Uno studio condotto su questo argomento ha rivelato importanti informazioni. Sono state prese in esame 9.363 persone e gli individui con schizofrenia presentavano una variazione genetica di derivazione neandertaliana inferiore rispetto ai controlli.

Inoltre 49 pazienti ricoverati con schizofrenia e non medicati, avevano una maggior quota di varianti antiche ma questo risultava in sintomi meno gravi. Esaminando poi tramite PET 172 individui sani, è stata rilevata una maggiore introgressione di Neanderthal che era significativamente associata a una minore capacitò di sintesi della dopamina nello striato e nel ponte. Questo è molto importante nella fisiopatologia e anche nel trattamento di psicosi.

Quindi i risultati supportano la nozione di un’origine relativamente moderna di malattie neurologiche. E la relazione tra introgressione di DNA neandertaliano e la sintesi di dopamina può suggerire un potenziale meccanismo connesso al rischio di sviluppare schizofrenia e anche molte diverse funzioni cognitive e comportamentali della nostra specie.

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Si sono ottenuti dati anche dagli effetti di antiche varianti che alcuni individui moderni possiedono e i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo e al funzionamento del cervello. Un gruppo di studiosi ha generato di recente organoidi cerebrali partendo da cellule staminali pluripotenti umane in cui era stata introdotta la versione arcaica di un gene denominato NOVA-1. Questo ha portato a comprendere che le varianti antiche del DNA diffuso nella nostra specie sono in grado di influenzare anche aspetti cognitivi di rilievo.