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Agricoltura (in)sostenibile: la salvezza nella permacultura

    C’è chi la chiama ‘il peggior errore nella storia della razza umana’ e chi la accusa di distruggere interi paesaggi.
    Stanno parlando dell’energia nucleareenergia nucleare
    Energia derivante dalle trasformazioni che coinvolgono i nuclei atomici (fissione o fusione). Attualmente la produzione di energia elettrica con il nucleare si basa sulla fissione, dal momento che i processi di fusione nucleare sono ancora in fase di studio e ricerca. Il combustibile impiegato è l’uraniouranio
    Elemento metallico radioattivo che si trova sottoforma di ossidi o sali nelle rocce, nel suolo, nell’aria e nell’acqua. L’uranio, così come si trova in natura, è costituito da tre isotopi: l’uranio 238 (per il 99.9 %), l’uranio 235 (l’uranio fissile impiegato come combustibile nelle centrali nucleari) e l’uranio 234, in piccolissime tracce.
     235, contenuto in piccola concentrazione nell’uranio naturale. Nelle centrali di questo tipo l’enorme quantitativo di energia che si libera dalle reazioni nucleari viene ceduto a un fluido che a sua volta la cede all’acqua che poi percorre un ciclo di potenza uguale a quello delle centrali a vapore convenzionali.
    ? Delle periferie urbane? Dell’estrazione di carbonecarbone
    Il carbone è una roccia sedimentaria composta prevalentemente da carbonio, idrogeno e ossigeno. La sua origine, risalente a circa 300 milioni di anni fa, deriva dal deposito e dalla stratificazione di vegetali preistorici originariamente accumulatisi nelle paludi. Questo materiale organico nel corso delle ere geologiche ha subito delle trasformazioni chimico-fisiche sotto alte temperature e pressioni. Attraverso il lungo processo di carbonizzazione questo fossile può evolvere dallo stato di torba a quello di antracite, assumendo differenti caratteristiche che ne determinano il campo d’impiego.
    I carboni di formazione relativamente più recente (ovvero di basso rango) sono caratterizzati da un’elevata umidità e da un minore contenuto di carbonio, quindi sono ‘energeticamente’ più poveri, mentre quelli di rango più elevato hanno al contrario umidità minore e maggiore contenuto di carbonio.
    ? No. Stanno parlando dell’agricoltura.

    Nell’articolo che segue – traduzione italiana di un articolo di Toby Hemenway apparso originariamente su Pattern Literacy e ripubblicato su Our Finite World – Gaia Baracetti del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio, ripropone il tema dell’agricoltura come commento a uno dei principali argomenti trattati dal Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori”: la difesa del suolo agricolo.


    Agricoltura sostenibile: un ossimoro?

    di Toby Hemenway

    Jared Diamond la chiama ‘il peggior errore nella storia della razza umana’ (1). Bill Mollison la accusa di ‘distruggere interi paesaggi’ (2). Stanno parlando dell’energiaenergia
    Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
    nuclearenucleare
    Forma di energia derivante dai processi che coinvolgono i nuclei atomici (fissione e fusione).
    ? Delle periferie urbane? Dell’estrazione di carbone? No. Stanno parlando dell’agricoltura.

    Il problema non è solo che le attuali coltivazioni industriali stanno distruggendo il suolo e la biodiversità. L’agricoltura in qualsiasi sua forma è inevitabilmente insostenibile. Le si può imputare di aver creato la base per la separazione, nella nostra cultura, tra esseri umani e natura; di aver causato molte malattie e peggiorato lo stato di salute, e di aver dato origine a gerarchie basate sul dominio e allo stato di polizia. Si tratta di accuse pesanti: verifichiamole.

    La permacultura, pur abbracciando numerose discipline, ruota fondamentalmente attorno al cibo. Anche gli antropologi sono d’accordo sul fatto che il cibo definisce una cultura più dei nostri altri due bisogni fisici di riproduzione e protezione. Una volta costruita, una casa può essere abitata per decenni. Un breve incontro sessuale basta per una gravidanza. Ma il cibo dev’essere procacciato ogni giorno, solitamente più volte al giorno.

    Fino a tempi recentissimi, tutti gli esseri umani dedicavano molto del loro tempo alla ricerca di cibo, e i vari modi in cui lo facevano hanno portato alla diversificazione delle culture.

    L’antropologo Yehudi Cohen (3) e molti studiosi successivi dividono le culture umane in cinque categorie, a seconda della modalità di acquisizione del cibo: raccoglitori (o cacciatori-raccoglitori); orticoltori; agricoltori; pastori e culture industriali.

    Sapendo in quale di queste categorie rientra un popolo consente di conoscere già molte sue caratteristiche. Per esempio, i raccoglitori sono solitamente animisti/panteisti; vivono in un mondo ricco di spiriti nel quale tutti gli esseri animati e molti di quelli inanimati godono di uno status che è per valore e significato pari a quello degli esseri umani. I raccoglitori vivono in piccoli gruppi e tribù. Alcuni membri possono eccellere rispetto ad altri in certi ambiti, come la fabbricazione di utensili o la medicina, ma quasi nessuno ha specializzazioni esclusive, e tutti aiutano a procacciare cibo. Possono esserci capi o sciamani, ma le gerarchie sono quasi inesistenti e tutti i membri possono entrare in contatto facilmente con i loro capi. Una schermaglia che fa due o tre morti è per loro già una grossa guerra. La maggior parte delle loro calorie derivano dalla carne o dal pesce, integrati da frutta fresca e con guscio, cereali spontanei e tuberi (4). È difficile che un raccoglitore sfrutti eccessivamente il suo ambiente: il legame è così stretto che la distruzione di una risorsa porterà alla fame nel giro di una stagione. Le popolazioni tendono a raggiungere il loro picco con un numero relativamente basso di individui, e poi a stabilizzarsi.

    La prima economia della crescita

    Gli agricoltori, invece, venerano dei il cui messaggio, solitamente, è che gli esseri umani sono esseri prescelti, destinati a dominare il Creato, o quantomeno ad esserne i guardiani. Una simile distinzione tra umanità e natura fa sì che il degrado ambientale non sia solo inevitabile, ma anche un indice di progresso.

    Mentre la carne e il cibo selvatico che formano la dieta di un raccoglitore deperiscono rapidamente, i cereali coltivati, una pietra miliare nell’innovazione portata dall’agricoltura, possono essere immagazzinati e accumulati, anche con un surplus rispetto alle esigenze immediate. Inoltre, la coltivazionecoltivazione
    Insieme delle attività che consentono l’estrazione di idrocarburi (petrolio o gas naturale) dai giacimenti.
    compensa i cali stagionali di disponibilità di cibo che mantengono a bassi livelli le popolazioni di raccoglitori.

    Avendo campi da coltivare e un surplus da immagazzinare, i primi agricoltori tendevano alla sedentarietà. Dal momento che i cereali andavano lavorati, e gli utensili e i macchinari per la trebbiatura e mondatura diventavano sempre più sofisticati e aumentavano di dimensione, la tendenza alla sedentarietà subì un’accelerazione (5).

    I cereali forniscono più calorie, o energia, rispetto a quanto faccia la carne magra. Le proteine contenute nella carne vengono trasformate facilmente in massa corporea – uno dei motivi per cui i cacciatori-raccoglitori tendono a essere più alti degli agricoltori – ma la trasformazione della proteina in energia ha un alto costo metabolico ed è inefficiente (6). Amidi e zuccheri, i principali componenti delle piante, vengono convertiti molto più facilmente in calorie rispetto alle proteine, e le calorie sono il principale fattore limitante nella riproduzione. Il passaggio da calorie derivanti dalla carne a calorie derivanti dai carboidrati significa che, supponendo lo stesso apporto di proteine, un gruppo che deriva le sue calorie principalmente dalle piante si riprodurrà molto più rapidamente di un gruppo che deriva le sue calorie dalla carne. Questo è uno dei motivi per cui le culture agricole hanno tassi di natalità più alti delle società di raccoglitori.

    Inoltre, l’agricoltura allenta il legame tra danno ecologico e disponibilità di cibo. Se i cacciatori-raccoglitori decimano un branco di antilopi nella loro zona, la conseguenza sarà la fame e un basso tasso di natalità per i cacciatori. Se i cacciatori si sposteranno o moriranno, il branco di antilopi si riprenderà in fretta. Ma quando una foresta viene abbattuta per coltivare la terra, la perdita di biodiversità ha come conseguenza una maggiore disponibilità di cibo per le persone. Il suolo inizia ad impoverirsi da subito, ma gli effetti non saranno evidenti per molti anni. Quando il suolo è esaurito, com’è il destino di quasi tutti i suoli agricoli, per decenni l’ecosistemaecosistema
    È l’insieme di tutti gli organismi viventi (animali e vegetali) presenti in un determinato ambiente e delle relazioni che intercorrono tra di loro e tra essi e il sistema fisico circostante.
    farà fatica a riprendersi.

    Ma, mentre il suolo viene progressivamente eroso, i raccolti sfamano un villaggio in crescita. Tutti questi fattori – la possibilità di immagazzinare il cibo, il surplus, le calorie derivanti dai carboidrati, e un feedback lento da parte di ecosistemi che si stanno progressivamente degradando – fanno sì che nelle culture agricole la popolazione inevitabilmente cresca.

    […]

    L’agricoltura ha bisogno di sempre più carburanticarburanti
    Sostanze solide, liquide o gassose, di origine naturale o derivanti da processi industriali, contenenti carbonio e idrogeno, che, se bruciate, sviluppano calore in base al loro “contenuto energetico” (potere calorifico).
    per sostenere la crescita della popolazione che lei stessa genera
    .

    I raccoglitori possono ricavare fino a 40 calorie di energia alimentare per ogni caloria che spendono nella raccolta. Non hanno bisogno di procurarsi fertilizzante e distribuirlo, irrigare, costruire terrazzamenti o prosciugare i campi, tutte attività che riducono l’energia netta ricavata dal cibo. Ma sin da quando le prime piante vennero coltivate, la quantità di energia necessaria per produrre il cibo è in costante aumento. Un semplice aratro di ferro richiede che milioni di calorie vengano bruciate per estrarre, trasportare e fondere metallo. Prima del petroliopetrolio
    Combustibile di colore da bruno chiaro a nero, costituito essenzialmente da una miscela di idrocarburi. Si è formato per azioni chimiche, fisiche e microbiologiche da resti di microorganismi (alghe, plancton, batteri) che vivevano in ambiente marino addirittura prima della comparsa dei dinosauri sulla terra. I principali composti costituenti del petrolio appartengono alle classi delle paraffine, dei nafteni e degli aromatici, che sono composti organici formati da carbonio e idrogeno e le cui molecole sono disposte secondo legami di varia natura.
    , la fabbricazione di un aratro significava che una dozzina o più di alberi dovevano essere tagliati, trasportati e convertiti in carbone per la fucina. Anche se l’aratro con il suo lavoro ripagherà queste calorie sottoforma di cibo, tutta questa energia è stata sottratta all’ecosistema e spesa dagli esseri umani.

    Prima del petrolio, l’agricoltura dipendeva anche dal lavoro degli animali, richiedendo terreno aggiuntivo per il pascolo e la produzione di fieno e contribuendo quindi alla conversione di ecosistemi in persone.

    Da secoli il ritorno calorico dell’agricoltura è negativo, e il ritorno rispetto all’energia spesa ha continuato a peggiorare, finché siamo arrivati a utilizzare una media di 4-10 calorie per ogni caloria di cibo prodotto.

    L’agricoltura non richiede solo terreno per le coltivazioni. Ha bisogno di ulteriori ettari per la fornitura di fertilizzante, mangime per animali, combustibili e metalli per la fabbricazione di attrezzi, e così via.

    L’agricoltura ha bisogno di prosciugare l’energia e la biodiversità della terra che circonda le coltivazioni, degradando sempre più ambienti selvatici.

    Per gli agricoltori l’ambiente selvatico è una presenza sgradita, una fonte di animali infestanti e di insetti, nonché terra “sprecata”. Verrà sempre distrutto. […] Con questa spietata aritmetica di crescita demografica e fame di terra, gli ecosistemi terrestri verranno progressivamente e inesorabilmente convertiti in cibo per gli esseri umani e utensili per produrre cibo.

    Le culture di cacciatori e raccoglitori comprendono sistemi di controllo della popolazione, dato che le piante e gli animali da cui dipendono non possono essere prelevati in quantità eccessive senza immediate conseguenze negative. Ma l’agricoltura non ha una simile limitazione strutturale al sovrasfruttamento delle risorse. Al contrario: se un contadino lascia riposare la terra, il primo vicino che la coltiva ne trae un vantaggio. L’agricoltura porta sia alla gara a produrre cibo che all’esplosione demografica (non posso fare a meno di chiedermi se un’alimentazione carnivora in cima alla piramide alimentare non sia in fondo un atto più responsabile che un’alimentazione a base di cereali, che finisce per favorire la crescita della popolazione. Prima o poi gli esseri umani devono recepire il messaggio: bisogna riprodursi meno).

    Possiamo fare delle leggi che impediscano alcuni dei danni che l’agricoltura causa, ma queste regole avranno l’effetto di ridurre i raccolti. Appena il cibo inizia a scarseggiare, le leggi veranno ritirate. Non si sono limiti strutturali alle tendenze ecologicamente dannose dell’agricoltura.

    Tutto questo significa che l’agricoltura è intrinsecamente insostenibile.

    L’agricoltura fa anche danni di tipo sociale e politica. Un surplus, raro e sfuggente per le società di raccoglitori, è l’obiettivo principale dell’agricoltura. Il surplus deve poi essere immagazzinato, il che richiede tecnologia e materiali per costruire magazzini; persone che lo proteggano, e un’associazione gerarchica che centralizzi la gestione del surplus e decida come distribuirlo. Offre anche un obiettivo per le lotte di potere locali e per i furti ad opera di gruppi vicini; le guerre aumentano di dimensioni. Con l’agricoltura, il potere viene quindi concentrato in sempre meno mani. Chi controlla il surplus controlla il gruppo. L’agricoltura porta per sua natura a una perdita di libertà personale.

    A un estremo del continuum culturale di Cohen c’è la società industriale. L’industrialismo è in realtà solo una manifestazione dell’agricoltura, dal momento che l’industria dipende dall’agricoltura per la fornitura di materiali grezzi a basso costo a cui “aggiungere valore”; di spazio in cui esternalizzare l’inquinamento e altri costi, e di manodopera a poco prezzo.

    Le culture industriali hanno impronte ecologiche enormi, una bassa natalità, e alti costi del lavoro, come conseguenza dell’impiego di gigantesche quantità di risorse – istruzione, infrastrutture complesse, vari livelli di governo e strutture legali, e così via – per ogni singola persona. Questo livello di complessità è impossibile da mantenere autonomamente. L’energia e le risorse necessarie devono essere prelevate dalle regioni agricole circostanti. Là si trovano le culture più semplici, gli alti tassi di natalità, e conseguentemente i bassi costi del lavoro che servono a sovvenzionare la complessità dell’industria.

    Una cultura industriale deve anche esternalizzare i costi verso località rurali attraverso l’inquinamento e l’esportazione di rifiuti. Le città trasportano i loro rifiuti nelle aree rurali. Le culture industriali sovvenzionano e appoggiano regimi tirannici allo scopo di mantenere bassi i prezzi delle risorse e della manodopera. Queste tendenze spiegano perché, ora che gli Stati Uniti sono passati da una base agraria a una industriale, gli americani non possono più permettersi di consumare prodotti domestici e devono dipendere da paesi agrari, come la Cina e il Messico, o da regimi autoritari, come quello dell’Arabia Saudita, per la fornitura di input a basso costo.

    Il Terzo Mondo serve al Primo Mondo per esternalizzare il fardello schiacciante del mantenimento della complessità dell’industrialismo. Ma prima o poi non ci saranno più posti in cui esternalizzare.

    La salvezza nell’orticoltura

    Come giù accennato, Cohen individua un’altra cultura tra la raccolta e l’agricoltura. È rappresentata dagli orticoltori, che utilizzano tecniche semplici per coltivare piante utili e allevare animali. […] In parole povere, gli orticoltori sono giardinieri più che contadini.

    Gli orticoltori difficilmente si organizzano a livelli più alti di quello della tribù o del villaggio. Anche se sono a volte influenzati dal monoteismo, dalle divinità celesti e dai messaggi messianici degli agricoltori loro vicini, gli orticoltori solitamente venerano gli spiriti della natura e considerano la Terra un organismo vivente. La maggior parte delle società orticoltrici sono molto più egualitarie di quelle agricole, e non hanno despoti, eserciti, e gerarchie centralizzate che li controllano.

    L’orticoltura è tra i metodi conosciuti il più efficiente per ottenere del cibo, con il miglior ritorno sull’energia impiegata. Si può pensare all’agricoltura come a un’intensificazione dell’orticultura: utilizza più manodopera, terra, capitale e tecnologia.

    Questo significa che l’agricoltura solitamente consuma più calorie di lavoro e di risorse di quante possono essere prodotte dal cibo, ed è quindi dal lato sbagliato dei ritorni decrescenti. Corrisponde quindi a una buona definizione di ‘insostenibile’, mentre l’orticoltura si colloca probabilmente dal lato positivo della curva dei ritorni.

    Secondo Godesky (10) è così che si può distinguere l’orticoltura dall’agricoltura. Potrebbero volerci molti millenni, come vediamo, ma l’agricoltura prima o poi esaurirà gli ecosistemi del pianeta, mentre l’orticoltura potrebbe non farlo.

    Gli orticoltori utilizzano le policolture, le piante perenni, gli alberi, e un ricorso limitato all’aratura, e hanno una relazione intima con le diverse specie di piante ed animali. Somiglia alla permacultura, no? La permacultura, promuovendo gli ideali dell’orticoltura rispetto a quelli dell’agricoltura, potrebbe indicare la strada da percorrere per un ritorno alla sostenibilità. L’orticultura ha limiti strutturali che impediscono grosse popolazioni umane, l’accumulo di surplus, e strutture centralizzate di controllo e dominio. L’agricoltura inevitabilmente porta a tutte queste.

    Un caro prezzo

    Adottando l’agricoltura, abbiamo abbandonato un buono stato di salute e un’immensa libertà personale. Una volta, consideravo il Codice di Hammurabi, la Magna Carta e il Bill of Rights pietre miliari sulla strada dell’umanità verso una società giusta e libera. Ma sto cominciando a vederli più come dighe sempre più larghe e sempre più disperate per fermare l’onda montante delle violazioni dei diritti umani e della centralizzazione del potere che sono intrinsechi alle società agricole e industriali. La conseguenza dell’agricoltura è, sempre, la concentrazione di potere nelle mani delle elite. A questo porta inevitabilmente la creazione di surplus immagazzinabile che è il fondamento dell’agricoltura.

    Non è un caso che il terzo principio etico della permacultura affronti il problema del surplus. Molti permacultori sono giunti alla conclusione che il semplice dettame di Mollison, condividere il surplus, affronta molto superficialmente la complessità del problema. Per questo il suo principio è stato spesso modificato fino a diventare un meno problematico ‘restituisci il surplus’ o ‘reinvesti il surplus’, ma il fatto che queste versioni alternative non si siano ancora stabilizzate in una formulazione condivisa, così come hanno fatto gli altri suoi due principi – ‘prenditi cura della terra’ e ‘prenditi cura delle persone’ – mi fa pensare che i permacultori non abbiano ancora veramente risolto il problema del surplus.

    Ma il problema potrebbe non essere come gestire il surplus. Forse dovremmo creare una cultura in cui il surplus, e la paura e l’avidità che lo rendono desiderabile, non sono più le conseguenze strutturali delle nostre pratiche culturali. Jared Diamond potrebbe aver ragione: l’agricoltura e gli abusi che genera potrebbero rivelarsi come una deviazione lunga diecimila anni sulla strada per un’umanità matura. La permacultura potrebbe essere più di uno strumento per la sostenibilità. Lo stile di vita orticolturale che segue potrebbe indicare la strada verso la libertà umana, la salute, e una società più giusta.

    Note

    1. Diamond, Jared. The Worst Mistake in the History of the Human Race. Discover, May 1987.
    2. Mollison, Bill. (1988). Permaculture: A Designers’ Manual. Tagari.
    3. Cohen, Yehudi. (1971). Man in Adaptation: The Institutional Framework. De Gruyter.
    4. Lee, R. and I. Devore (eds.) 1968. Man the Hunter. Aldine.
    5. Harris, David R. An Evolutionary Continuum of People-Plant Interactions. In Foraging and Farming: The Evolution of Plant Exploitation. Harris, D. R. and G.C. Hillman (ed.) 1989.
    6. Milton, K. 1984. Protein and Carbohydrate Resources of the Maku Indians of Northwestern Amazonia. American Anthropologist86, 7-27.
    7. Harlan, Jack R. Wild-Grass Seed Harvesting in the Sahara and Sub-Sahara of Africa. In Foraging and Farming: The Evolution of Plant Exploitation. Harris, D. R. and G.C. Hillman (ed.) 1989.

    Fonte: FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO

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