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AL VIA LA NUOVA STRATEGIA ENERGETICA NAZIONALE – INTERVISTA AL PROFESSOR ANGELO SPENA – COORDINATORE DOTTORATO INGEGNERIA FONTI DI ENERGIA, UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA

    Lo scorso 8 marzo, dopo un’ampia consultazione pubblica, è stato approvato tramite Decreto Interministeriale, il testo finale della Strategia Energetica Nazionale. In esso vengono definite le linee programmatiche dello sviluppo futuro del settore energetico del nostro Paese:

    • Riduzione di 9 miliardi l’anno della bolletta energetica del Paese

    • Pieno raggiungimento e superamento di tutti gli obiettivi europei in materia ambientale al 2020

    • Maggiore sicurezza di approvvigionamentoapprovvigionamento
      Insieme di attività finalizzate al reperimento dei quantitativi materie prime necessarie allo svolgimento delle attività economico-produttive di un Paese consumatore.
      e conseguente riduzione della fattura energetica estera

    • Sviluppo industriale del settore energiaenergia
      Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)

    Sono questi i 4 macro obiettivi che si pone la SEN in una prospettiva di lungo termine che va fino al 2050.

    Nel merito, Orizzontenergia ha intervistato il Professor Angelo Spena.


    Att_App_Loghi/ART_INT/Angelo Spena.jpgRitiene che le linee programmatiche contenute nel testo finale della SEN diano il giusto impulso allo sviluppo futuro del settore dell’energia del nostro Paese in un’ottica a lungo termine?

    Sappiamo che in Italia uno dei problemi strutturali dell’energia è la vulnerabilità del consumatore. E’ sintomatico che, nonostante la Robin Tax, imprese energetiche e utilities continuino a scalare (il dato è di Mediobanca) le classifiche dei profitti. La SEN può allo scopo costituire un utile documento di base dal quale partire, e un mezzo necessario per acquisire una visione d’insieme che eviti il reiterarsi di un approccio “per parti” foriero di aberrazioni, come quelle avvenute in passato con il Cip 6Cip 6
    Acronimo del provvedimento n. 6 del Comitato Interministeriale dei Prezzi, varato nel 1992, che stabilisce i prezzi incentivati per l’elettricità prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate. I costi di tali incentivi, aggiornati ogni 3 mesi, vengono addebitati in bolletta attraverso la componente A3.
    , con le metanizzazioni forzate, con i prezzi dei carburanticarburanti
    Sostanze solide, liquide o gassose, di origine naturale o derivanti da processi industriali, contenenti carbonio e idrogeno, che, se bruciate, sviluppano calore in base al loro “contenuto energetico” (potere calorifico).
    , con la componente A3.

    L’ottica temporale di lungo termine – estesa al 2050 nella versione finale – rende però evanescenti le velleità strategiche, sottraendo di fatto il documento a ogni responsabilità e verifica ex-post: è come se oggi si chiedesse conto delle previsioni fatte negli anni ’70 cioè al tempo della prima crisi del petroliopetrolio
    Combustibile di colore da bruno chiaro a nero, costituito essenzialmente da una miscela di idrocarburi. Si è formato per azioni chimiche, fisiche e microbiologiche da resti di microorganismi (alghe, plancton, batteri) che vivevano in ambiente marino addirittura prima della comparsa dei dinosauri sulla terra. I principali composti costituenti del petrolio appartengono alle classi delle paraffine, dei nafteni e degli aromatici, che sono composti organici formati da carbonio e idrogeno e le cui molecole sono disposte secondo legami di varia natura.
    !

    Aggiungo di non condividere (e, per la verità, di non capire) l’enfasi sui winner (preferisco chiamarli così: “vincitori” suona estraneo al lessico energetico italiano, quasi si trattasse di una … traduzione dall’inglese): essa implica la simmetrica esistenza di “sconfitti”. Non è sano per nessun paese nel lungo termine pregiudicare l’ampiezza del suo mix energetico. E qui, anche al fine della trasparenza, vorrei sottolineare quanto bisogno ci sia di fare chiarezza sulle opzioni nuclearenucleare
    Forma di energia derivante dai processi che coinvolgono i nuclei atomici (fissione e fusione).
    e del carbonecarbone
    Il carbone è una roccia sedimentaria composta prevalentemente da carbonio, idrogeno e ossigeno. La sua origine, risalente a circa 300 milioni di anni fa, deriva dal deposito e dalla stratificazione di vegetali preistorici originariamente accumulatisi nelle paludi. Questo materiale organico nel corso delle ere geologiche ha subito delle trasformazioni chimico-fisiche sotto alte temperature e pressioni. Attraverso il lungo processo di carbonizzazione questo fossile può evolvere dallo stato di torba a quello di antracite, assumendo differenti caratteristiche che ne determinano il campo d’impiego.
    I carboni di formazione relativamente più recente (ovvero di basso rango) sono caratterizzati da un’elevata umidità e da un minore contenuto di carbonio, quindi sono ‘energeticamente’ più poveri, mentre quelli di rango più elevato hanno al contrario umidità minore e maggiore contenuto di carbonio.
    . Occorre argomentare perché in Italia tali fonti non vengono impiegate quanto nel resto del mondo (il carbone) o per niente (l’energia nucleareenergia nucleare
    Energia derivante dalle trasformazioni che coinvolgono i nuclei atomici (fissione o fusione). Attualmente la produzione di energia elettrica con il nucleare si basa sulla fissione, dal momento che i processi di fusione nucleare sono ancora in fase di studio e ricerca. Il combustibile impiegato è l’uraniouranio
    Elemento metallico radioattivo che si trova sottoforma di ossidi o sali nelle rocce, nel suolo, nell’aria e nell’acqua. L’uranio, così come si trova in natura, è costituito da tre isotopi: l’uranio 238 (per il 99.9 %), l’uranio 235 (l’uranio fissile impiegato come combustibile nelle centrali nucleari) e l’uranio 234, in piccolissime tracce.
     235, contenuto in piccola concentrazione nell’uranio naturale. Nelle centrali di questo tipo l’enorme quantitativo di energia che si libera dalle reazioni nucleari viene ceduto a un fluido che a sua volta la cede all’acqua che poi percorre un ciclo di potenza uguale a quello delle centrali a vapore convenzionali.
    ). La esplicitazione tecnico-politica dei sottaciuti una volta per tutte sarebbe utile a una condivisione collettiva di scelte che nel lungo e lunghissimo periodo non devono continuare a essere soggette a perniciosi e poco seri giri di walzer lobbistici, ripensamenti, rilanci parlamentari, revisioni e marce indietro referendarie. Lo stesso vale in piccolo per l’energia idroelettrica, regina delle rinnovabili ma cenerentola della SEN, forse per l’imbarazzo provocato dal suo conflittuale rimpiazzo con la più costosa energia fotovoltaica (e senza alcun beneficio neanche sul fronte della CO2CO2
    Gas inodore, incolore e non infiammabile, la cui molecola è formato da un atomo di carbonio legato a due atomi di ossigeno. È uno dei gas più abbondanti nell’atmosfera, fondamentale nei processi vitali delle piante e degli animali (fotosintesi e respirazione).

    ).

    Sul fronte dell’incentivazione alle rinnovabili, nella SEN si delineano gli aspetti sostanziali introdotti dai decreti del 2011.
    Ritiene che questo approccio e i relativi strumenti attuativi – che a detta di molti rappresentano ancora una criticità irrisolta – possano garantire uno sviluppo razionale del settore e il raggiungimento a breve della Grid Parity?

    L’eredità del recente passato è purtroppo negativa, segnata dalla mancanza di una visione di sistema che ha disarticolato il sistema elettrico del Paese e non ha significativamente giovato all’industria nazionale. Per una crescita sostenibile occorre voltare pagina: il problema è come gestire la cesura tra passato e futuro. E’ un’operazione non facile che pure deve essere conclusa in tempi ragionevoli, come ebbi modo di anticipare in http://www.ording.roma.it/notiziario/notiziario484.pdf, pagg. 18-28: cambiare indirizzo in più settori e metabolizzare l’attuale overcapacity del sistema elettrico italiano rendendo al contempo percorribile la transizione. Sul come assorbire senza traumi il cambiamento, concordo sul giudizio che la SEN sia più vicina a una consulenza gestionale, che a un documento operativo.

    Quanto alla Grid Parity, rimane insostituibile detector per capire dove è che la grid è difettosa e va riparata. Non dimentichiamo infatti che è una funzione di punto, e che può essere raggiunta in due modi: rendendo più competitiva la produzione di energia rinnovabile, o intervenendo dove maggiore è l’inefficienza della rete. Ebbene, dalla lettura della SEN, in mancanza di allegati, elaborazioni, dati di ingresso del lavoro analitico sotteso, non è possibile capire quanto sia stato approfondito il calcolo dei costi da sostenere (basti pensare agli accumuli e ai decongestionamenti) per rimediare alla disarticolazione del sistema prodotta dai sussidi alle rinnovabili elettriche. La preoccupazione è fondata: dati Enel alla mano, dal 1999 – anno della liberalizzazione – al 2012 risulta infatti che all’interno delle tariffe elettriche (cresciute complessivamente dell’88%) la quota relativa alla generazione sia aumentata del 121%, gli oneri di sistema del 335% (!), mentre gli oneri di rete siano diminuiti del 17%. La “riparazione” del sistema elettrico rischia di risultare quindi all’atto pratico operazione più complessa e costosa di quanto la SEN lasci trasparire: e non indolore, alla luce sia degli inevitabili incrementi degli oneri di rete che della problematica riduzione di quelli di sistema. Potranno scendere davvero le bollette?

    Parlando invece di ambiente, la SEN mira al pieno raggiungimento e superamento di tutti gli obiettivi europei al 2020. Cosa ne pensa?

    La SEN pone gli obiettivi ambientali in seconda priorità. In prima troviamo la riduzione dei costi, in terza gli obiettivi di sicurezza (approvvigionamento, mix, affidabilità), e ultimi quelli di crescita. Soprattutto nella SEN proiettata al 2050, avrei invertito il secondo obiettivo con il terzo, privilegiando la sicurezza sull’ambiente: primum vivere, deinde philosophari. Anche considerata la controversia che mina le certezze sugli allarmismi ambientali, che spesso appaiono strumentalizzate diventando un mezzo (per forzare scelte industriali internazionali e interessi di apposite lobby domestiche) piuttosto che un fine, ritengo che nel lunghissimo termine la crescente indeterminazione che caratterizza gli scenari geopolitici dovrebbe preoccupare di più. Anche perché, dovesse con la CO2 andare a finire, di qui al 2050, così come è andata con il “buco dell’ozono” (un silenzio eloquente), se il flop dovesse cioè replicarsi anche sulle presunte cause antropiche del riscaldamento globale, appiattendosi sul teorema comunitario della decarbonizzazione la SEN ci preclude la tempestiva attivazione di “un piano B”. E invece – sempre in caso di revisionismo ambientale, tutt’altro che da escludere a priori nel lunghissimo termine – le economie del pianeta che sapessero per prime invertire la rotta, acquisirebbero grandi vantaggi competitivi.

    Pur nel contesto globale, qualsiasi obiettivo va del resto comunque coniugato con l’interesse nazionale. E anche qui è urgente voltare pagina: elaborando i dati esposti dal ministro Clini nel dicembre 2012 agli Stati Generali della Green Economy risulta che ogni milione di euro di giro d’affari nel settore delle rinnovabili, la media di occupati sul pianeta è di 20 persone. In Italia siamo a meno di 5, un quarto rispetto al resto del mondo. Una drammatica conseguenza del fatto che in Italia coloro che finora hanno operato hanno creato poco lavoro, ma essenzialmente intermediato e convulsamente commercializzato tecnologie importate dall’estero. Per rilanciare sul serio la Green Economy occorre stimolare la comparsa di una nuova generazione di veri imprenditori, radicalmente diversi da coloro che hanno mostrato miopia e ingordigia in così deleterie proporzioni.

    Un altro tra gli obiettivi della SEN riguarda la riduzione della dipendenza di approvvigionamento energetico dall’estero. Secondo le ipotesi di Governo ciò potrebbe avvenire rendendo il nostro Paese un hub europeo del gas. Cosa ne pensa?

    La questione è complessa. L’Italia ha una lunga storia geopolitica del gas che risale agli anni ’70. E’ stata, spesso, la nostra politica estera. Di hub del gas si parla dalla metà degli anni 2000, dal tempo in cui fu proposta la ripartenza del nucleare. (Ogni volta che viene in Italia rilanciato il nucleare, si propone in tandem una opzione parallela. Nel piano Donat-Cattin degli anni ’80 fu il carbone). Fare dell’Italia un hub offre certo buone opportunità di rafforzamento e diversificazione degli approvvigionamenti: ma presuppone infrastrutture (reti, rigassificatori, stoccaggi) con le quali abbiamo croniche difficoltà.

    Il punto centrale a mio avviso sarà tuttavia riuscire a tenere ben distinti gli aspetti di sicurezza da quelli di business. Già la strada, meritoriamente intrapresa dal ministro Passera nell’ambito del decreto Cresci-Italia, di strutturare il mercato del gasmercato del gas
    Il mercato relativo al settore del gas strutturato secondo 5 fasi fondamentali: approvvigionamento, trasporto, stoccaggio, distribuzione e vendita.
    in analogia con quello del petrolio invece di agganciarlo passivamente a quest’ultimo, collateralmente esporrà sempre più il prezzo del gas a distorsioni speculative. Per gestire un hub bisognerebbe in aggiunta garantire a lungo termine un difficile equilibrio tra liberalizzazione cui sono essenziali le infrastrutture, e finanziarizzazione che rischia di lasciare bolle alle spalle dei suoi effimeri passaggi. E’ di questi giorni la notizia che il colosso assicurativo tedesco Allianz e un fondo pensioni canadese hanno rilevato l’operatore ceco impiantista di reti Net4Gas. Questo dilemma esiste prospetticamente in tutta Europa e per tutte le reti: in Italia nel caso di Terna, ad esempio, la dematerializzazione del business appare già avviata. Trattasi di una sfida a tutto campo tra economia reale e finanza virtuale di cui è importante avere preventiva consapevolezza prima di ogni decisione. E andrà prestata attenzione a ciò sta avvenendo in Nordamerica, e alle strategie globali che grazie allo shale gas&oil gli USA adotteranno: tipico esempio, peraltro, di come anche solo nell’arco di una decina d’anni una nuova tecnologia possa fare (quantum leap) piazza pulita di qualunque previsione.

    Concludiamo infine con alcune note sull’aspetto metodologico adoperato nell’impostazione della SEN. Quali sono i suoi commenti?

    Premetto che il solo fatto di disporre di un documento-quadro è altamente positivo. Al tempo della inchiesta pubblica della SEN individuai tuttavia nei consumatori, nel mercato, nelle regole, nel leverage quattro convitati di pietra. Confermo quel giudizio, che invito a rileggere per chi fosse interessato ad approfondimenti (http://www.latermotecnica.net/pdf_riv/201212/20121215002_1.pdf) e aggiungo di ravvisare altre due criticità conseguenti alla estensione della prospettiva al 2050: la necessità di fissare più precisi step intermedi e relativi strumenti che consentano un inseguimento “dinamico” degli obiettivi; e di creare condizioni e stimoli per uno sviluppo industriale, le cui parole chiave dovrebbero essere progettualità e ricerca scientifica e tecnologica.

    Quanto alle milestones, nella SEN l’assenza di analisi di sensitività delle variabili in gioco impedisce di stimare la “robustezza” delle soluzioni proposte alla evoluzione degli scenari geopolitici e ai relativi rischi di tensioni su flussi e prezzi di materie prime, semilavorati e commodities vecchie e nuove. D’altra parte, in un’ottica di nuove tecnologie per le fonti fossili (vedi shale gas&oil) e di nuovi materiali per le fonti rinnovabilifonti rinnovabili
    Una risorsa è detta rinnovabile se, una volta utilizzata, è in grado di rigenerarsi attraverso un processo naturale in tempistiche paragonabili con le tempistiche di utilizzo da parte dell’uomo. Sono considerate quindi risorse rinnovabili:
    – il sole
    – il vento
    – l’acqua
    – la geotermia
    – le biomasse
    , l’allineamento della SEN alla Energy Roadmap 2050 europea lascia pochi margini di libertà.

    Quanto alla progettualità, trovo inspiegabile (sarà per un pregiudizio di appartenenza) che tra i numerosi soggetti coinvolti nel processo di consultazione pubblica non sia stata ascoltata la voce della comunità universitaria né degli enti di ricerca, fatta consueta eccezione per l’ENEA la cui citazione – come lamentato dallo stesso ente – appare peraltro giustapposta in extremis. (Mi confidava un collega tedesco che in Germania la definizione delle strategie energetiche nazionali passa attraverso la consultazione anzitutto delle università e delle reti di ricerca – Fraunhofer, Max Plank, istituti misti pubblico-privati – e poi delle parti sociali, dei consumatori, dei Lander, e degli shareholders). Eppure, pressoché simultaneamente alla pubblicazione della SEN il 14 marzo 2013 sul sito del MSE (il DM è dell’8 marzo), il ministro Profumo presentava al pubblico il 19 marzo 2013 un lodevole piano settennale (HIT 2020, Horizon 2020 Italia – Ricerca&innovazione, vedi http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/focus190313) mirato (finalmente!) a promuovere sinergie fra le componenti della ricerca in una visione di sistema. Documento lucido, consapevole che “la ricerca è un’attività … intrinsecamente collegata alla possibilità di generare importanti e imprevisti salti tecnologici e della conoscenza” e che, sebbene proiettato su un orizzonte temporale ben più breve (7 contro i 37 anni della SEN), correttamente propugna (cito testualmente) “un governo unico trasversale al cui interno enti con deleghe su temi diversi siano in grado di coordinarsi nel presidiare tutta la filiera ricerca-innovazione-produzione”. Tema a me caro e da me caldeggiato, anche in atti ufficiali, fin dal 2011 nell’ambito dei lavori del Search Committee del Miur per la selezione dei presidenti degli enti nazionali vigilati di ricerca.

    Questa esigenza di concerto, aggiunta al fatto che la SEN non indica – al di là di formali enunciazioni di principio – come in concreto attirare e promuovere investimenti in partenariato pubblico-privato anche internazionale, costituisce una lacuna strutturale del sistema Italia alla quale rimane necessario por mano quanto prima: ritengo del resto che senza visione di insieme degli strumenti finanziari e scientifici di lungo periodo, qualsiasi SEN sia condannata a rimanere lettera morta.

    Angelo Spena

    Coordinatore dottorato Ingegneria delle Fonti di EnergiaFonti di Energia
    Sorgenti di energia o sostanze dalle quali può essere prodotta energia utile direttamente o dopo trasformazione. Le fonti di energia possono essere classificate in diversi modi a seconda del contesto di riferimento: risorse esauribili (principalmente petrolio, gas naturale, carbone, legna); risorse rinnovabili (tutte quelle derivanti direttamente o indirettamente dall’energia solare, dal calore endogeno terrestre e dalle maree); risorse primarie (utilizzabili direttamente come si trovano in natura: petrolio, carbone, gas naturale, legna); risorse secondarie (in cui l’energia deriva dalla trasformazione dell’energia primaria in altra forma di energia, ad esempio idroelettrico, energia elettronucleare eccetera); risorse commerciali ( ovvero soggette a transazioni commerciali e quindi facilmente quantificabili, derivanti da quattro tipi principali di fonti: carbone, petrolio, gas naturale, elettricità primaria); risorse non commerciali (non soggette a transazioni commerciali: ad esempio residui di coltivazioni, legna di sottobosco eccetera nei Paesi in via di sviluppo; sebbene assenti dal commercio internazionale in alcuni Paesi rivestono grande importanza); risorse tradizionali (derivanti da prodotti vegetali o animali: legna, carbone di legna, torba, sterco essiccato).
    , Università Tor Vergata di Roma – Coordinatore europeo progetto Use Efficiency – Componente del Search Committee del MIUR

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