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Energia: I piani della Cina tra rinnovabili, clima e…carbone?

La Cina sta rinnovando i propri asset energetici in vista di una green revolution. Facciamo chiarezza sul piano d'azione.

    Con la gestione del Paese di Xi Jinping la Cina sta vivendo un impegno di rinnovamento globale nel settore energetico: una green revolution per la riduzione sia dell’inquinamento urbano che degli effetti climalteranti.

    Una rivoluzione che – vista la vastità ed entità delle azioni – influenza il resto del mondo. Ma è poi così chiaro e lineare il piano d’azione?

    Il tredicesimo Piano Quinquennale (2016-2020) cinese riguardante la riconversione del parco elettrico cinese ha previsto una corposo aumento del ricorso alle rinnovabili ed una riduzione di impianti a carbone per un consumo di ben 800 milioni entro il 2020, raggiungendo dismissioni per 690 milioni di tonnellate negli ultimi tre anni, ovvero 86% del target quinquennale.

    Nonostante questo drastico taglio il carbone resta la fonte principale di energia elettrica per la Cina, la cui domanda continua a crescere.

     

     

     

     

     

     

     

     

    Nel 2018 la capacità di generazione elettrica in Cina ha raggiunto i 1,885 GW, 108GW in più del 2017 (pari circa al parco elettrico Italiano di 117 GW) grazie ai seguenti aumenti del parco di generazione:

    • +2.6% Idroelettrico
    • +3.1% Fonti fossili
    • +24.7% Nucleare
    • +10% Eolico
    • +30.5% Fotovoltaico.

    In un solo anno la Cina è stata in grado di aumentare la capacità di generazione rinnovabile del 12% ed in particolare eolica per 20.6 GW, quella idroelettrica di 8.5GW raggiungendo una capacità idroelettrica totale di 352 GW e di spingersi a 44 GW di installazioni fotovoltaiche, un po’ meno del previsto a causa della decisione di ridurre i sussidi.

    Per perseguire la riduzione di impiego del carbone, la Cina ha dunque aumentato la capacità delle altre fonti a 756GW (+1.7% rispetto al 2017 e +5% rispetto al 2015), raggiungendo le capacità installate massime al mondo sia di idroelettrico, eolico e solare, per non parlare ovviamente anche delle fonti fossili in cui già primeggiava in termini di installato.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Quest’anno sono attese nuove installazioni per ulteriori 110 GW, di cui 62GW da fonti non-fossili, raggiungendo un parco totale di oltre 2,000 GW ovvero un crescita di ben il 5% rispetto al 2018.

    Per dare un’idea delle dimensioni e rapidità di crescita, nel solo 2018 la domanda cinese è cresciuta a 6,845 TWh ovvero di 537 TWH (+8.5%). Il solo aumento annuale cinese rappresenta quasi il doppio della totale domanda elettrica annua in Italia (ca. 300 TWh)!

    Il processo di decarbonizzazione  cinese in realtà si è declinato non solo attraverso un programma intensivo di investimenti nelle fonti rinnovabili ma anche nel rinnovamento del parco di generazione a carbone attraverso investimenti in clean coal technologies ovvero impianti più efficienti e a basso impatto ambientale.

    L’80% degli impianti a carbone (ca. 810 GW) nel 2018 erano già a bassa emissione, così come previsto dall’ultimo Piano Quinquennale (il tredicesimo). Secondo le fonti ufficiali (China Electricity Council) i benefici ambientali sono stati rimarchevoli:  SO2 ridotta del 80%, polveri sottili dell’85%, ossidi di azoto dell’89% rispetto al 2012.

    L’altro campo di intervento del governo cinese è stato il settore estrattivo.

    Nel 2018 la Cina ha prodotto 3.5 miliardi di tonnellate grezze di carbone (5% in più dell’anno precedente), gran parte nelle regioni dello Shanxi, Shaanxi e Mongolia Occidentale, a cui vanno aggiunti altri 281 milioni di tonnellate importate.

    Si tratta dunque di un consumo globale di 3.8 miliardi di tonnellate (intorno alla metà del consumo globale mondiale), a copertura del 59% del fabbisogno elettrico del Paese.

    In un’ottica di efficientamento, 60% delle miniere domestiche di piccole dimensioni (< 300,000 tons/anno) sono progressivamente state dismesse negli ultimi anni, pur restandone ancora più di 3,000 per una capacità estrattiva annua ancora di 460 milioni tonnellate.

    In un recente documento emesso dal National Development and Reform Commission congiuntamente a  11 Ministeri, il target è di concentrare la produzione maggiormente in mega produttori con capacità annua produttiva superiore a 100 milioni già entro il 2020.

    La produzione totale resterà comunque nell’ordine dei 3.9 miliardi di tonnellate al 2020 anche se in un ultimo piano anti-inquinamento emesso nel luglio 2018, il Consiglio di Stato ha riconfermato la sua guerra contro l’inquinamento per contrastare i danni ambientali conseguenti alla massiccio piano nazionale di crescita economica che era iniziato nel 1978 senza le dovute attenzioni per gli impatti ambientali.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Lo scenario del futuro ruolo del carbone in Cina in realtà perde chiarezza leggendo l’ultimo report ‘Boom and Bust 2019’ di Global Energy Monitor pubblicato il 27 marzo con Greenpeace e Sierra Club, secondo cui sembrerebbe che la Cina – nonostante le massicce dismissioni degli ultimi 3-4 anni – di fatto potrebbe non rispettare il programma di decarbonizzazione tanto declamato.

    A partire dal 2005, l’85% dei nuovi impianti a carbone sono stati realizzati in Cina e India, ma negli ultimi tre anni il ritmo di nuove costruzioni in Cina è stato decisamente ridotto: 515 GW pianificate nel 2015 si sono ridotte a 70 GW nel 2018, dando così un chiaro segnale.

    Fonte: Boom and Bust 2019 – Tracking the global coal plant pipeline (Global Energy Monitor, Sierra Club, Greenpeace)

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Segnale che sembra però essere contraddetto dalla posizione presa nel Marzo 2019 da  China Electricity Council che proponeva di porre un tetto alla capacità a carbone pari a 1,300 GW entro il 2030. Per capirne la dimensione, si tratta di oltre 100 volte la capacità totale di generazione elettrica installata in Italia.

    Per il momento è solo una proposta ma potrebbe indicare una volontà effettiva di non abbandonare la fonte fossile così rapidamente come annunciato ma al contrario di aumentare il parco termoelettrico a carbone di 290 GW, ovvero una capacità aggiuntiva superiore all’intero parco a carbone degli USA (259 GW).

    In definitiva il futuro mondiale del carbone sembra essere solo marginalmente nelle mani delle economie occidentali e, per quanto virtuosi possano essere, le politiche ed i costi di contenimento dei gas serra potranno essere salvati o sostanzialmente frustrati dal reale comportamento della Cina nei prossimi 2-3 anni.

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