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Il Decreto sulle Fonti Rinnovabili

    Se il re è nudo nel campo dei miracoli

    del Prof. Angelo Spena, pubblicato sul Chicago-Blog (IBL-Istituto Bruno Leoni)

    La caduta percentuale dei consumi di energiaenergia
    Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
    (8%) superiore a quella del PIL (6,8%) dall’inizio della crisi economica conferma la maggiore criticità in Italia del comparto manifatturiero e dei beni strumentali rispetto a quelli delle attività dematerializzate. La gran parte dei posti di lavoro sono stati persi lì. E l’industria della produzione energetica, da quella delle rinnovabili a quella nuclearenucleare
    Forma di energia derivante dai processi che coinvolgono i nuclei atomici (fissione e fusione).
    , del carbonecarbone
    Il carbone è una roccia sedimentaria composta prevalentemente da carbonio, idrogeno e ossigeno. La sua origine, risalente a circa 300 milioni di anni fa, deriva dal deposito e dalla stratificazione di vegetali preistorici originariamente accumulatisi nelle paludi. Questo materiale organico nel corso delle ere geologiche ha subito delle trasformazioni chimico-fisiche sotto alte temperature e pressioni. Attraverso il lungo processo di carbonizzazione questo fossile può evolvere dallo stato di torba a quello di antracite, assumendo differenti caratteristiche che ne determinano il campo d’impiego.
    I carboni di formazione relativamente più recente (ovvero di basso rango) sono caratterizzati da un’elevata umidità e da un minore contenuto di carbonio, quindi sono ‘energeticamente’ più poveri, mentre quelli di rango più elevato hanno al contrario umidità minore e maggiore contenuto di carbonio.
    o degli idrocarburiidrocarburi
    Composti chimici formati da carbonio e idrogeno che costituiscono il petrolio e il gas naturale. Esistono diverse classificazioni degli idrocarburi a seconda dei legami chimici presenti nelle molecole.
    , non è ad alta intensità di lavoro, ma di capitale: come hanno calcolato Lavecchia e Stagnaro, per ogni posto di lavoro “verde” potrebbero esserne creati mediamente più di 4 nell’economia in generale, o di 6 nell’industria.

    L’energia è un affare serio, ne va della nostra vita, sopravvivenza, sicurezza. Transnazionale com’è, non possiamo non farne un mercato e non tener conto del contesto europeo; ma non sottovalutiamo il fatto che è un bene-servizio molto speciale. Non è un prodotto che può essere rimpiazzato, o che può sparire se non ha successo, o che può passare di moda: non è la macchina da scrivere, il dirigibile o l’hula-hop.

    In Italia il costo dell’energia è elevato. Tuttavia dagli anni ’50 la mancanza di materie prime, che è un dato di fatto e che non può non determinare una parte – perciò ineliminabile – di maggior costo, è da sempre un alibi per irrazionalità e speculazioni che moltiplicano quel differenziale e a cui non si pone mai mano. Il punto è che i Governi hanno una visione miope – anche quando hanno i numeri per durare – incompatibile con i tempi lunghi del sistema energetico.

    Occorreranno d’altra parte alcuni anni perché i consumi di energia ritornino ai livelli ante crisi: si stima non prima del 2020. Perché non utilizzare allora la finestra di tempo che la situazione ci impone, per un confronto che coinvolga tutte le componenti politiche, sociali e istituzionali, senza le urgenze che hanno prodotto finora scelte dall’alto, talune delle quali all’atto pratico irrealizzabili senza consenso? Gli investitori hanno bisogno di certezze: solo affrontando senza reticenze tutti i problemi sul tappeto, prima e non dopo le decisioni, li si può mettere al riparo dai rischi di insensate e paralizzanti contrapposizioni e di pregiudizi ideologici, e far così passare finalmente dalle parole ai fatti gli imprenditori che saranno veramente affidabili.

    Anche perché, come Bassanini e altri scrivevano già nel luglio 2009, per uscire dalla crisi i nostri Governi e i nostri legislatori potranno trovare un aiuto importante “nell’attività dei veri investitori di lungo termine, se sapranno creare per loro un quadro regolamentare favorevole, senza obbligarli a giocare con le stesse regole dei protagonisti del breve termine”. In Italia invece troppi promotori (spesso un po’ speciali, ammettiamolo, quando trattasi di venture capital o di private equity in un comparto che opera su scenari di lungo e di lunghissimo periodo) trattano l’energia come fosse il campo dei miracoli del Pinocchio di Collodi. Non affidiamo i nostri zecchini d’oro al gatto e alla volpe. Il vero aiuto da dare alla difficile penetrazione delle nuove tecnologie nel mercato dell’energiamercato dell’energia
    Uno dei 2 mercati su cui si basa la Borsa elettrica italiana. Esso è organizzato secondo un Mercato del Giorno Prima (MGP) ed un Mercato di Aggiustamento (MA).
    è rendere virtuoso il circolo innescato dagli incentivi alle installazioni, agevolando solo le filiere ormai prossime a farcela con le proprie gambe. Alle rinnovabili ancora solo dimostrative diamo sì incentivi, ma alla ricerca. Una cosa è incentivare R&S, altro è investire per vent’anni in dispositivi poco produttivi.

    Purtroppo, ciò che sembra mancare ad una prima lettura del Decreto governativo sulle fonti rinnovabilifonti rinnovabili
    Una risorsa è detta rinnovabile se, una volta utilizzata, è in grado di rigenerarsi attraverso un processo naturale in tempistiche paragonabili con le tempistiche di utilizzo da parte dell’uomo. Sono considerate quindi risorse rinnovabili:
    – il sole
    – il vento
    – l’acqua
    – la geotermia
    – le biomasse
    , è proprio la individuazione delle modalità contabilmente corrette e adeguate per trasferire via via gli investimenti, dalla incentivazione delle tecnologie meno produttive (che in una visione di sistema può vanificare lo sforzo per raggiungere il target del 20-20-20), a R&S di rinnovabili di nuova generazione. (E non per decenni, ma per pochi anni: dopo quarant’anni, è legittimo pretendere di sapere se una prospettiva scientifica c’è, o non c’è). Questo non è uno dei problemi, è il problema, da affrontare urgentemente nelle prossime settimane.

    C’è di più. L’articolo di Durante e Stagnaro sul Sole24Ore di ieri sul Decreto spinge verso un chiarimento ormai maturo e improcrastinabile. A uscire dalla favola, stropicciarsi gli occhi e mettere i piedi per terra.

    Durante e Stagnaro giustamente invocano certezze di strategie e di quadro regolatorio per un comparto che è ad alta/altissima intensità di capitale e – ripeto io – di lungo/lunghissimo periodo (e il nesso, ovviamente, c’è). Quanto al quadro regolatorio, il problema è che in un sistema economico globale in cui la durata dei beni è sempre più breve (e tale è condannata ad essere, anche quando ciò è contraddittorio in termini o innaturale, basti pensare ad automobili indistruttibili da rottamare dopo pochi anni), non si scorge ormai altro tipo di bene/servizio (escludendo le flotte degli armatori) altrettanto longevo di una centrale o di una rete energetica, di qualunque tipo, che deve vivere almeno trent’anni. Una delle concause della schizofrenia nell’affrontare il problema è di fatto la perniciosa progressiva scomparsa di metodi e di categorie di investitori specializzati per quei lunghi tempi: affrontare le strategie industriali dell’energia affidandosi a private equity e capital venture è come pensare di sostituire una dieta dimagrante con una sauna o con il salto di un solo pasto, una tantum. Ci lasci in pace, la finanza creativa: scherza coi fanti e lascia stare i santi, recita un vecchio adagio.

    Quanto alla mancanza di una strategia è invero uno dei sistematici difetti di approccio dei nostri Governi. Non diversamente andò quando impegni insostenibili furono sottoscritti ad occhi chiusi accettando non per sé ma per i posteri target europei di riduzione delle emissioni punitivi e autolesionistici per l’Italia.

    Forse al di là delle loro stesse intenzioni, diverse come sono le loro opinioni sul merito, Durante e Stagnaro hanno tuttavia posto una questione che o viene platealmente elusa, o si affronta in termini risolutivi. Dobbiamo andare allo show down. Trovare il coraggio di saltare lo steccato del politically correct, e vedere se il re è nudo. Far tacere l’arrembante martellamento delle lobby e far parlare i numeri e i fatti. Andare a vedere, dopo ormai quasi un decennio di incentivi da favola – le rinnovabili non sono più bambine, anche questo va detto – se i costi della potenzapotenza
    Grandezza data dal rapporto tra il lavoro (sviluppato o assorbito) e il tempo impiegato a compierlo. Indica la rapidità con cui una forza compie lavoro. Nel Sistema Internazionale si misura in watt (W).
    sono diminuiti e se sì, se continueranno a farlo; e se le producibilità di energia sono aumentate, e se sì, se continueranno a farlo. (Attenzione, e preciso: costi della potenza installata, e produzione di energia nel tempo. Senza equivoci tra le due grandezze, che hanno precise e diverse valenze). Ma con i numeri e con i fatti, elaborati con correttezza e onestà. Non si può dire che i costi del fotovoltaico sono scesi, se lo hanno fatto solo negli ultimi due-tre anni perché sul mercato hanno fatto irruzione i Cinesi, che – guarda caso in quei due-tre anni – hanno scalzato tedeschi e giapponesi dalla leadership delle vendite nel mondo. Come non si può tacere delle scoraggianti producibilità eoliche italiane, soltanto parlando di potenza e mai di energia. Ma i mulini a vento dov’erano in Europa? E sul mediterraneo non abbiamo navigato a remi fino al 1600? Eppure acqua e grano servivano anche a noi.

    Depuriamo i dati da effetti speciali e illusionismi e sapremo le cose come stanno.

    Solo così possiamo stanare il Governo, se ha il retropensiero di introdurre surrettiziamente nel Decreto di ieri plafond inconfessabili, come sospettano Durante e Stagnaro. E staniamo le lobby indecise se minacciarci, indotto o no, con ventimila o con duecentomila (beh, signori, balla un ordine di grandezza!) disoccupati, dissipando il sospetto, ingenerato da taluni accenti della loro comunicazione, che se non saranno incentivi per sempre sarà cassa integrazione, o viceversa. Perché in tal caso si delineerebbe, oltre che una mortificazione e una dissipazione del grande potenziale dato dall’entusiasmo dei più giovani, il rischio di un blocco sociale di pressione in cui distinguere il grano dal loglio sarebbe sempre più arduo.

    E’ tempo di una svolta. Per quanto ciò possa apparire paradossale, abbiamo bisogno di sapere se questa via alla sostenibilità è sostenibile, oppure no, e prenderne atto. Al di là dei dettagli, sul quale si dovrà discutere dopo una attenta lettura del Decreto, l’incentivazione non deve infatti perdere il naturale e circoscritto obiettivo di innescare un circolo virtuoso. Sotto questo profilo meravigliano talune accoglienze ostili al Decreto, che intrinsecamente non può non avere il carattere di una sunset law. E’ altresì tempo di sottrarre ai politici ammiccanti un nascente strumento di pressione sociale (che poi possa saldarsi alla malavita è scenario da brivido, ma che ha altre sedi in cui essere affrontato), e di passare la parola ai tecnici perché raccontino senza reticenze come stanno le cose. Senza monopoli culturali, anzi stringendo il patto di non raccontare più quelle che J. Stuart Mill definiva “amabili bugie che gli uomini continuano a ripetersi, l’uno appresso all’altro, fino a quando diventano dei luoghi comuni, contrari però a tutta la nostra esperienza”. E di fatto l’esperienza scientifica dimostra che la competitività di una fonte rinnovabile è inscindibilmente fondata, una volta accertata l’esistenza del prerequisito estensivo riguardante le disponibilità di materie prime, di semilavorati, di superfici lorde e territori disponibili, sulla simultanea bontà (in termini di valori superiori a rispettive soglie) di una terna di parametri: costo unitario (del kWhkWh
    Unità di misura dell’energia elettrica equivalente a 1.000 Wh (wattora), ovvero 1.000 W forniti o richiesti in un’ora.
    , non del kWkW
    Unità di misura della potenza equivalente a 1.000 Watt.
    ), durata (fino a 25-30 anni, poi è ininfluente), rendimentorendimento
    In termini generali il rendimento è il rapporto tra “quanto ottenuto” in un processo e “quanto speso” per fare avvenire lo stesso processo. In termodinamica rappresenta la capacità di un sistema di convertire l’input di calore in lavoro utile. Il rendimento è un numero puro (cioè non ha unità di misura) ed è sempre compreso tra 0 e 1. A seconda dei termini che vengono messi a confronto è possibile ottenere diverse tipologie di rendimento utili a definire la bontà di un processo o di una macchina (per esempio rendimento elettrico, rendimento termico, ecc..) ma il ragionamento alla base è sempre lo stesso.
    (oltretutto, più è basso, più crescono sia la quantità di materia necessaria che gli aspetti estensivi dell’impatto territoriale). Se uno solo non va, salta tutto.

    Per sapere se i nostri soldi potrebbero essere spesi meglio, oppure no, o molto meglio, bastano in conclusione le tre semplici cose che ho anticipato: 1) uscire dalla favola: una road map di rientro nell’ordinario (ce lo raccomanda dal 2008 l’Agenzia Internazionale dell’Energia dal 2008, “che gli incentivi siano transitori e decrescenti nel tempo”); 2) stropicciarsi gli occhi: un’Autorità autorevole che governi i criteri, i monitoraggi e i controlli per selezionare le filiere virtuose (davvero dobbiamo continuare a incentivare indiscriminatamente tutto a pioggia?); 3) mettere i piedi per terra: aiutare in modo mirato (e condizionato al risultato, così non si farà più finta di credere al moto perpetuo) R&S per il salto di qualità delle filiere che hanno ancora residui margini di progresso. Perché una cosa purtroppo è chiara: con le tecnologie oggi commerciali, nel clima caldo e poco ventoso italiano, siamo ancora alle eliminatorie, non certo alle finali.

    Diversamente, investiamo altrove. Sarebbe come una comica del cinema muto: un viaggio in automobile trascinati non dal motore ma dal motorino d’avviamento.

    dal Chicago-Blog, 04/03/2011

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