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ILVA DI TARANTO. C’E’ UN’EMERGENZA ANCHE NELL’INFORMAZIONE

    Capire i numeri

    di Francesco Mauro

    I risultati delle indagini epidemiologiche relative al sito di Taranto, caratterizzato dalla presenza degli impianti siderurgici dell’Ilva e di altri impianti industriali e portuali, vengono analizzati al fine di fornire un’informazione corretta sull’evoluzione e l’entità del rischio sanitario. Dagli elementi raccolti emergono problemi seri nella valutazione dei dati, nelle strategie d’intervento e nello stesso confronto pubblico.

    La decisione della magistratura d’intervenire sulla situazione ambientale-sanitaria di Taranto, con particolare riferimento agli impianti siderurgici ILVA e alla decisione di sospendere la loro attività, è stata al centro dell’attenzione negli ultimi mesi. L’effetto è stato certamente quello di riproporre all’ordine del giorno un problema serio e da tempo esistente ma ancora irrisolto. In tale occasione, èemersa anche, come spesso succede, la difficoltà nel reperire e trasmettere informazioni tali da mettere in grado i decisori, le parti interessate e l’opinione pubblica di conoscere per deliberare. E’ necessario infatti riuscire a superare il continuo oscillare tra sottovalutazione e catastrofismo, tra scarsità ed eccesso d’informazione, tra giustificato confronto e necessità di operare in tempi brevi.

    Taranto è un “sito di interesse nazionale per le bonifiche” (SIN), riconosciuto ufficialmente come tale. Si noti bene: tale definizione non dipende tanto dal livello d’inquinamento, quanto dal fatto che, per un determinato sito, viene giudicato opportuno e almeno in parte possibile intervenire con azioni di bonifica e risanamento. In questo, un SIN èdiverso da altri siti, meno inquinati o più inquinati, ma dove le sostanze nocive sono relativamente contenute e facili da controllare. Sul piano scientifico e su quello della normativa europea, questi siti vengono individuati non perché soggetti a chiusura immediata ma perché segnalati per interventi opportuni e urgenti: infatti, “i limiti massimi indicati dall’Unione Europea (UE) sono stabiliti al fine di ridurre la loro presenza … ai più bassi livelli ragionevolmente raggiungibili … operando con buone pratiche … con l’obiettivo di ottenere un alto livello di protezione della salute pubblica” (Commission Regulation (EC) No 1881/2006 del 19 dicembre 2006).

    Taranto e l’ILVA
    Il territorio perimetrato del sito di Taranto comprende circa 114 km2 di terraferma, 22 km2 del Mar Piccolo, 51 km2 del Mar Grande e quasi 10 km2 di Salina Grande, e si sviluppa lungo 17 km di costa. I parametri territoriali e demografici delle aree interessate sono riportati nella seguente tabella:

    Territorio

    Superficie,
    km2

    N.
    comuni

    Abitanti

    Densità,
    1km2

    Puglia,
    regione

    18.358

    258

    4.076.546

    210

    Taranto,
    provincia

    2.437

    29

    580.588

    240

    Taranto,
    comune

    210

    195.130

    929

    Statte,
    comune

    92

     

    15.666

    170

    Massafra,
    comune

    125

     

    32.007

    170

    Il territorio perimentrato è situato all’interno del Comune di Taranto e di un piccolo comune limitrofo (Statte) separatosi dal capoluogo nel 1993.
    Taranto, colonia greca di origini antichissime, oggi la terza città dell’Italia meridionale peninsulare, è situata quasi all’apice del vastissimo Golfo di Taranto che si affaccia sul Mar Ionio, lungo una baia – il Mar Grande – separata dal mare aperto dalle due piccole Isole Cheradi (San Pietro e San Paolo), da un complesso di dighe foranee moderne e da secche e scogli. Incuneato nella terraferma, alle spalle della città, si trova il Mar Piccolo – una laguna bilobata tra le più importanti in Italia e nel Mediterraneo. Il passaggio tra Mar Grande e Mar Piccolo, originariamente tramite un canale naturale, è stato nel corso dei tempi regolarizzato fino a formare due canali tra i quali si trova un’isola, collegata da due ponti alla terraferma, corrispondente alla città vecchia (borgo antico). Uno di questi canali, attraversato dal famoso ponte girevole costruito nel 1887, è deputato al passaggio delle navi da guerra dirette al porto nel Mar Piccolo.

    Lo sviluppo moderno della città è dovuto alla decisione da parte dello Stato unitario di localizzarvi una delle principali basi della Marina e il cantiere navale militare (1887). In parallelo, si è sviluppato anche un porto commerciale nel Mar Grande: questa infrastruttura e la disponibilità di produzioni agricole nell’entroterra hanno facilitato lo sviluppo di una zona industriale per la trasformazione e commercializzazione dei prodotti ittici, mitili (del Mar Piccolo), olio e vino.

    Nel secondo dopoguerra, la città ha visto la continuazione dell’espansione industriale con la realizzazione del colossale IV Centro siderurgico, inaugurato nel 1965, poi privatizzato e divenuto ILVA, dotato di una moderna struttura specializzata nello sbarco di materie prime e nell’imbarco dei prodotti finiti. La presenza del centro ha contribuito allo sviluppo delle numerose attività industriali e di servizio ad esso collegate.

    Il centro siderurgico si estende in uno spazio più grande della città, su una superficie di 15 km2, con 200 km di binari ferroviari, 50 km di strade, 190 km di nastri trasportatori, 5 altiforni e 5 convertitori. La zona industriale comprende anche una raffineria con relativi attracchi e collegamenti ed è interessata da discariche di rifiuti urbani e industriali e probabilmente da depositi abusivi di rifiuti di diversa origine. Tra l’altro, in due discariche dovrebbe essere stato smaltito l’amianto a suo tempo rimosso dagli impianti. In queste discariche, “nella campagna di rilevazioni effettuate a giugno 2007 l’Arpa Puglia evidenziava un’attività emissiva di diossine chiaramente superiore ai limiti ottimali di altre realtà industriali”; comunque, le discariche non sono state soggette a sequestro. E’ da notare che i limiti di emissioneemissione
    Qualsiasi sostanza solida, liquida o gassosa introdotta nell’atmosfera a seguito di processi naturali o antropogenici, che produce direttamente o indirettamente un impatto sull’ambiente.
    per la diossina non sono gli stessi in diverse parti della UE e sono relativamente più restrittivi in alcuni stati membri e per l’Italia proprio nella Regione Puglia (legge regionale 44/2008).

    Gli occupati dell’ILVA sono circa 11.800 dipendenti diretti (compresi dirigenti, quadri, impiegati ed equiparati, oltre 9.000 operai e 125 interinali); gli occupati nell’indotto vengono stimati fino a 100.000 in 188 aziende (che però non sono tutte localizzate nel comune e nella provincia di Taranto). Il PIL attribuibile all’ILVA rappresenta il 75% del PIL della provincia di Taranto, ed il PIL di quest’ultima è a sua volta il più alto della Regione; Taranto presenta anche una minor disoccupazione rispetto alla media regionale. L’ILVA è responsabile del 65-76%, a seconda delle stime, della movimentazione del porto.

    Taranto non è l’unico sito con queste caratteristiche mega-industriali e conseguenti problemi ambientali e sanitari. In Italia sono stati riconosciuti e perimetrati 57 SIN, segnalati per superamenti delle concentrazioni massime ammissibili di sostanze inquinanti. La superficie totale occupata dai SIN corrisponde al 3% circa del territorio nazionale, abitato da circa 5 milioni e mezzo di persone. Di questi siti, 28 insistono sulla fascia costiera e sono quindi localizzati in genere in aree di pregio: petrolchimici, acciaierie, industrie manifatturiere. Si possono citare, fra gli altri: Trieste, Porto Marghera nella Laguna di Venezia (3.200 ha a terra, 350 ha di canali e 2.200 ha di laguna), Brescia, lo stabilimento Stoppani a Cogoleto (Genova), Livorno, il Litorale Domizio-Flegreo e l’Agro Aversano con il Litorale Vesuviano (186.000 ha in totale in 61 comuni delle province di Caserta e Napoli, con 75 km di costa e una fascia antistante di mare di 3 km), Brindisi, la Val Basento, Priolo, Gela, il Sulcis­Iglesiente e Porto Torres.

    Peraltro, la situazione non è fra le peggiori a livello europeo. L’EEA (European Environmental Agency) ha individuato le 191 installazioni industriali ed energetiche europee maggiormente inquinanti (e responsabili del 50% dei danni causati dai circa 10.000 principali impianti censiti): di queste 191, solo 13, tra cui Taranto, sono italiane e inserite nella lista dei SIN. A livello europeo, situazioni ambientali più compromesse si riscontrano in Germania (Ruhr, Sassonia, ecc.), Belgio, Inghilterra (Midlands), Grecia, e soprattutto in Europa orientale (alcune zone degradate dell’ex Germania dell’Est, Boemia, Polonia, Slovacchia, Romania meridionale e occidentale, Bulgaria nella zona di Plovdiv).

    Effetti sulla salute
    La situazione sanitaria di Taranto è stata da tempo attentamente studiata: la presentazione intermittente da parte dei mezzi di comunicazione di dati sanitari su Taranto e dintorni come fossero informazioni del tutto nuove appare dunque raramente giustificata. Nel progetto Sentieri (1995-2002, successivamente aggiornato al 2003-2009), con finanziamento europeo, guidato dall’Istituto Superiore di Sanità e riguardante 44 dei 57 SIN, Taranto è stata specificamente considerata e le seguenti indicazioni sono state estratte dai dati statistici disponibili:

    – un eccesso tra il 10% e il 15% nella mortalità generale e per tutti i tumori;

    • un eccesso di circa il 30% nella mortalità per tumori polmonari;
    • dopo correlazione con l’ID (il cosiddetto “indice di deprivazione”), un eccesso di decessi per tumore della pleura (mesoteliomi, legati all’amianto);

    – un eccesso del 40-50% dei decessi per malattie respiratorie acute;

    • un eccesso del 15-40% (uomini e donne) della mortalità per malattie dell’apparato digerente;

    – un incremento di circa il 5% dei decessi per malattie del sistema circolatorio;
    – un eccesso limitato di condizioni morbose di origine perinatale;
    – un eccesso di circa il 15% per mortalità legata a malformazioni congenite.

    La situazione è stata analizzata ulteriormente dallo studio condotto a seguito della perizia richiesta dal GIP nel procedimento giudiziario contro l’ILVA (Mataloni et al., 2012). Si tratta fondamentalmente dello stesso tipo di dati (per il periodo 1998-2010), che hanno permesso di definire una coorte di studio di 321.356 residenti (di Taranto, Statte e Massafra); questa coorte, sottoposta ad una diversa analisi rispetto al Progetto Sentieri, ha messo in evidenza nei quartieri più vicini agli impianti:

    – un aumento della mortalità per tutte le cause dell’8-27%;
    – un aumento dell’incidenza di tumori maligni del 5-42%;
    – un aumento dell’incidenza del 10-28% per le malattie cardiovascolari e dell’8-64% per le malattie respiratorie.

    Questi valori sono compatibili con quelli pubblicati dal Progetto Sentieri, ma confrontano mortalità e morbosità dei cittadini residenti in zone diverse. Lo studio mostra una relazione tra stato socio-economico (Indice di Deprivazione) e profilo sanitario; ma anche tenendo conto di questa relazione, i quartieri individuati in ogni caso presentano un quadro più compromesso rispetto al resto dell’area studiata. Gli autori correttamente notano, nelle conclusioni, che lo studio ha punti di forza ma anche problemi metodologici, in quanto “non erano disponibili dati sulle abitudini personali … fumo … alcol … obesità”, e sarebbe necessario un “ulteriore passo… che tenga conto dei livelli di inquinamento atmosferico e del rischio occupazionale”; per cui considerano i risultati indicativi di “una situazione sanitaria … (che) non è risultata uniforme nella città.

    Questi dati sono preoccupanti e mettono in luce le dimensioni del problema – in termini assoluti, si tratta di 194 decessi da tumore all’anno in più rispetto alla “media regionale attesa” – ma non lo chiariscono a sufficienza.

    Problemi di interpretazione
    Si assume che questa mortalità da tumori, che si osserva anche in altre zone del paese, sia in eccesso rispetto ad un dato medio osservato, considerato come “normale” e dovuto in gran parte a cause “naturali”. Le stesse variazioni fra le diverse regioni italiane possono arrivare a +/- 20% circa rispetto alla media nazionale. In realtà, la variabilità nell’incidenza dei tumori può dipendere, oltre che dall’azione di agenti nocivi cancerogeni (radiazioniradiazioni
    Termine generico utilizzato per indicare fenomeni di trasporto dell’energiaenergia
    Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
    . Le radiazioni sono onde elettromagnetiche che possono essere caratterizzate da una determinata lunghezza d’onda a seconda della sorgente che le genera. La radiazione visibile, per esempio, è costituita da onde elettromagnetiche che percepiamo sotto forma di luce e che associamo a colori diversi. I raggi X, invece, sono radiazioni di minore lunghezza d’onda  emesse da elettroni molto veloci che decelerano bruscamente urtando contro un bersaglio metallico. Sono radiazioni molto penetranti utilizzate in diagnosi medica e in molte altre situazioni in cui occorre “vedere” all’interno di oggetti chiusi.
    , agenti chimici, ecc,) prodotti dall’inquinamento antropico, da cause e concause “naturali” locali (note o ignote), condizioni patologiche e alimentari, predisposizione e fattori genetici; e naturalmente, dalla correttezza delle diagnosi. Inoltre, “diventa difficile distinguere se gli effetti sanitari riscontrati si riferiscano ad esposizioni passate o recenti”.

    Il Progetto Sentieri correttamente elenca le cause di decesso per le quali vi è “a priori evidenza sufficiente o limitata di associazione con le fonti di esposizione ambientale”, ma non è in grado di individuarle con certezza sulla base dei dati. Vengono quindi indicate come esposizioni sospette quelle dovute a: inquinamento atmosferico (in certi casi con un’evidenza non sufficiente ad inferire l’esistenza di un’associazione causale) dovuto a cause diverse (petrolchimico e raffinerie, area portuale, siderurgico), fumo attivo e passivo, alcool e tipo di esposizione professionale. In altre parole, la specifica causa o concausa per ogni tumore non è individuabile in modo univoco, ma è solo un’ipotesi statistica per quanto talvolta probabile. In molti casi, non è possibile distinguere se il tumore osservato sia dovuto ad un agente emesso dagli impianti industriali oppure ad un agente “naturale”.

    D’altro canto, la variabilità per genere e geografia dell’incidenza di tumori e della mortalità da tumori è ben nota. Rispetto alla mortalità media da ogni tipo di tumori in Italia, stimata per l’anno 2005, i valori medi per le regioni meridionali, per entrambi i generi considerati insieme, possono variare fino al +/-15%. Una tale variabilità, che ovviamente non è limitata al livello regionale, è dovuta a molteplici cause difficili da distinguere nella relativa importanza: dalla composizione della popolazione alla presenza di agenti cancerogeni, alle differenze in prevenzione, diagnosi e terapia. Queste ultime differenze sono probabilmente collegate agli andamenti della mortalità nelle regioni settentrionali e centrali: infatti, in queste regioni, la mortalità e la morbilità, inizialmente superiori a quelle delle regioni meridionali, con il passare degli anni evidenziano un miglioramento dei tassi superiore a quello delle regioni meridionali.

    La situazione poi appare particolarmente complessa in Puglia, dove l’eccesso di mortalità per tumori è stato riportato essere più alto in provincia di Lecce, con punte critiche nel basso Salento, rispetto alle province di Brindisi e Taranto. Altre aree della Puglia a mortalità più elevata sono il Sub-appennino Dauno, l’area del Nord Barese, alcuni comuni a nord di Brindisi. Questa situazione, nel caso del Salento, viene spiegata solo tentativamente sulla base della particolarità del carcinoma polmonare, collegato al tradizionale tabagismo della zona, e/o agli effetti dei venti nella diffusione degli inquinanti atmosferici.

    Comunque, appare evidente che diverse cause e concause concorrono alla insorgenza di tumori maligni in queste province pugliesi; nel caso di Taranto, vanno considerati, oltre all’acciaieria, i cantieri navali e il successivo arsenale, il  porto militare(con la massima espansione tra le due guerre), il porto civile, l’espansione portuale con il terminale ILVA, il traffico veicolare (soprattutto pesante), la raffineria, le discariche, i pesticidi ed i contaminanti delle aziende zootecniche della fascia costiera ionica (anche in Basilicata). La stessa presenza del Mar Piccolo può aver concorso alla diffusione di contaminanti oltre alla caratterizzazione delle abitudini alimentari di Taranto con i frutti della mitilicoltura (e le collegate grandi epidemie di colera del 1837, 1886-1887 e 1910, fino all’episodio del 1973, e la presenza endemica del tifo soprattutto nel periodo tra le due guerre).

    Il rapporto del Progetto Sentieri analizza anche gli studi di monitoraggio condotti in precedenza, che confermano il livello ambientale dei contaminanti. Alcuni studi epidemiologici e sanitari confermano un possibile contributo agli effetti sanitari soprattutto dell’acciaieria e dei cantieri navali avvalorando l’ipotesi di un ruolo eziologico dell’esposizione ambientale. Le conclusioni del rapporto sono in favore della presenza di un “ambiente insalubre” suggerito dalla “convergenza dei dati” per esposizioni sia professionali che negli ambienti di vita. In conclusione, il rapporto invoca ulteriori studi, in particolare di sorveglianza sanitaria della popolazione, basati sul monitoraggio biologico umano, e per la messa a punto di modelli predittivi. Questa raccomandazione è interessante in quanto tende ad allargare il tipo di studi, non limitandosi a quelli a carattere epidemiologico, ma includendo i modelli e la descrizione dei meccanismi d’azione – un obiettivo questo niente affatto facile in una situazione complessa, con elementi di rischio multifattoriali.

    Da molte parti – politici, giornalisti, ambientalisti – si richiede spesso un “aggiornamento” dei dati epidemiologici. Indubbiamente, questi dati vanno aggiornati (nei tempi lunghi) e soprattutto allargati (ad esempio, geograficamente). Ma questo non deve far pensare che non si sia già in grado di affrontare la situazione sulla base delle segnalazioni epidemiologiche già disponibili.

    A proposito del risanamento
    E’ da ricordare come, nelle intenzioni originarie del regolatore europeo, il superamento delle concentrazioni massime ammissibili avesse la funzione non già d’indicare un rapporto certo ed univoco di causa-effetto, ma di costituire una segnalazione-sentinella della necessità di intraprendere con urgenza azioni di prevenzione e risanamento. Questo approccio è valido anche nel caso del riscontro di eccessi di mortalità o di insorgenza di tumori, specialmente per agenti nocivi con effetti stocastici come gli agenti cancerogeni. La selezione degli interventi d’interesse nazionale dovrebbe avvenire secondo i seguenti principi e criteri direttivi (art. 18, comma 1, lett. n) del DL.vo 22/1997 e art. 15, comma 1, del DM 471/1999):

    • bonifica di territori, compresi i corpi idrici, di particolare pregio ambientale;
    • bonifica di territori tutelati ai sensi della Legge 431/1985 (legge Galasso di tutela delle zone di particolare interesse ambientale);
    • rischio sanitario ed ambientale elevato in ragione della densità della popolazione o dell’estensione dell’area interessata;
    • impatto socio-economico rilevante;
    • inquinamento che costituisca un rischio per i beni di interesse storico e culturale di rilevanza nazionale;
    • bonifica di siti compresi nel territorio di più regioni
    • evidenze di alterazioni dello stato di salute delle popolazioni residenti nell’area d’interesse;
    • evidenze di situazioni di potenziale rischio sanitario, valutate tramite “stime del rischio”;
    • estensione dell’area potenzialmente inquinata e compromissione di tutte le matrici ambientali (suolo, acqua, aria);
    • caratteristiche degli inquinanti presenti in relazione ai loro aspetti di bioaccumulo e persistenza;
    • presenza di bersagli della contaminazione particolarmente sensibili (ad esempio, aree lagunari, bacini lacustri con scarso ricambio idrico, ecc.);
    • elevata percezione del rischio stesso, per motivazioni storiche, sociali, ambientali.

    L’area di Taranto è stata definita ufficialmente “ad elevato rischio ambientale” fin dal 1986 e confermata come tale nel 1998; gli studi del WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità) avevano messo in evidenza eccessi di mortalità nel 1997 e nel 2001; le osservazioni del Progetto Sentieri sono state rese note nel 2010 e nel 2011. Le segnalazioni-sentinella sono quindi disponibili da tempo. Non si capisce perché non siano stati avviati gli interventi conseguenti, se per impossibilità tecnica o scarsezza di risorse o disinteresse; e perché questa inadempienza non sia stata notata prima. Quel che è certo è che metodi e verifiche non spetterebbero alla magistratura (e anche se lo fossero, rimarrebbe il problema delle priorità tra i vari SIN, del perché oggi e non ieri o domani, del perché Taranto e non un altro SIN).

    Peraltro, gli interventi di bonifica potrebbero essere necessari non solo per le ragioni a carattere sanitario qui accennate, ma per le prospettive di una fruizione sostenibile legate soprattutto alla presenza del Mar Piccolo, una delle lagune potenzialmente più belle d’Italia, di valore paesaggistico e culturale, e con una storia di mitilicoltura praticamente unica sul territorio nazionale.
    Ci sembra doveroso richiedere che si provveda con assunzione di responsabilità da parte della proprietà e delle autorità nazionali e locali, applicando le migliori tecniche disponibili. E’ necessario operare per il risanamento con pragmatismo ed equilibrio, non solo per coniugare ambiente e sviluppo, ma anche perché l’esigenza di una certezza assoluta del diritto potrebbe non corrispondere alla stocasticità dei fenomeni, ossia alla natura probabilistica degli effetti nocivi, con la conseguente difficoltà di attribuire univocamente l’insorgenza di un tumore ad una specifica causa.

    Fonte: L’AstrolabioAMICI DELLA TERRAAMICI DELLA TERRA
    Associazione ambientalista presente in Italia dal 1978 che costituisce la rappresentanza italiana di Friends of the Earth International.Gli Amici della Terra promuovono azioni di educazione al rispetto verso l’ambiente, sostenendo iniziative sul territorio affinchè i governi e le istituzioni sovranazionali adottino politiche di sviluppo sostenibile.

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