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La guerra dell’acqua

    di Raoul Minetti

    Le risorse d’acqua dolce del pianeta – ghiacciai, laghi, fiumi e falde sotterranee – basterebbero a “dissetare” il pianeta. Le stesse risorse, come noto, non sono però equamente distribuite e al mondo c’è chi può permettersi di consumare in casa 160 litri di acqua ogni giorno, come noi famiglie europee, e c’è chi si accontenta di soli 20 litri, accumulati con sforzi e diversi pellegrinaggi fino al pozzo più vicino. Ma il problema non riguarda “soltanto” il miliardo di persone che oggi non hanno accesso all’acqua potabile. Come ben ricorda Fausto Melotti, anche noi “occidentali” stiamo affrontando sempre più spesso delle emergenze idriche. Se in Texas e in California ne hanno fatto una questione di Stato e hanno adottato severe leggi ad hoc, in Italia il tema è poco discusso e le nostre statistiche sulla gestione nazionale ci fanno impallidire: su 100 litri di acqua che entrano nell’acquedotto dalle nostre sorgenti, più di 31 litri non raggiungeranno mai la destinazione finale (In Germania soltanto 7, in Inghilterra 16). E gli investimenti che effettuiamo per ripristinare un livello adeguato sono minimi, meno della metà rispetto al denaro investito da altri Paesi. Guardando al futuro del pianeta non ci si può certo rasserenare: a causa della rapida crescita della popolazione e dell’ormai accertato riscaldamento globale, nel 2030, secondo l’ONU, circa 3 miliardi di persone si troveranno in aree ad alto stress idrico. In sostanza, poca acqua potabile, poca acqua per irrigare i propri campi e poca acqua per garantire livelli minimi igienico-sanitari contro il diffondersi di malattie. E non si parla solo di Africa: col passare dei decenni la situazione diventerà critica anche nell’area del Mediterraneo.

    Cosa fare?

    I consigli più utili ce li offre il report più aggiornato e più completo esistente ad oggi, redatto nel 2012 dalle Nazioni Unite (World Water Assessment Programme). Strano, ma giustissimo, che il primo suggerimento in assoluto non sia un cambiamento nel modo di agire, bensì nel modo di pensare: bisogna convincersi che l’acqua non è un problema comunale, regionale o al massimo Nazionale. È un tema indubbiamente globale che va ben oltre i confini politici. Basti pensare ai diversi Paesi del globo che dipendono esclusivamente da risorse idriche situate in altri Stati – si veda il conflitto Arabo-Israeliano o quello dei 10 Paesi che condividono le acque del Nilo. Anche il riscaldamento globale sta provvedendo a rendere la tematica più internazionale: siccità e desertificazioni futurefuture
    Contratto a termine standardizzato, stipulato all’interno di un mercato regolamentato, in cui chi lo sottoscrive si prende l’obbligo di acquistare o vendere un determinato bene ad una data e prezzo prefissati.
    non saranno legate solo alle emissioni locali ma, soprattutto, alle politiche industriali ed energetiche di tutti i Paesi del mondo, dall’Europa alla Cina. Si può essere invece soddisfatti dell’aiuto che l’Unione Europea offre già ai Paesi in difficoltà. Fino ad oggi circa 3 miliardi sono stati investiti nel settore ed hanno permesso ad oltre 30 milioni di persone di accedere all’acqua potabile. In sintesi, i Paesi più “fortunati” devono sentirsi responsabili: le loro scelte hanno un peso anche a diverse migliaia di km di distanza.

    Per evitare gli scenari catastrofici ipotizzati da molti, ci sono ad ogni modo delle azioni consigliate da intraprendere. È meglio concentrarsi sulle aree in cui si può davvero fare la differenza ed il grafico in basso ce le mostra. L’agricoltura è senza dubbio il settore che impiega più risorse d’acqua – quasi il 70% a livello globale – tranne nei Paesi occidentali in cui l’industria gioca un ruolo altrettanto importante.

    Se si considera che le produzioni alimentari dovranno più che raddoppiare nei prossimi 2 decenni per soddisfare una crescente popolazione -e con maggiori consumi pro capite – ecco che il ruolo dell’acqua diventa cruciale. Certamente verranno ridotti gli sprechi di cibo in tutta la catena alimentare, oggi insostenibili nei Paesi sviluppati. Altrettanto vero, però, che si potrebbe – o forse si dovrebbe – cambiare lo stile dell’alimentazione concentrandosi su alimenti meno “water intensive”. L’impronta idrica della piramide alimentare, sviluppata dalla Barilla fa riflettere. Quasi 15.000 litri di acqua sono necessari per produrre 1 kg di carne bovina contro i circa 1.000 richiesti da 1 kg di pane. 15 volte in meno.

    Anche il settore energetico è strettamente legato all’oro blu. La crescente domanda di acqua per produrre colture dedicate a biocarburanti – mais, oilio di palma etc – e non a produzioni alimentari, dovrà fare i conti con nuove regole di sostenibilità. L’UE ha già imposto dei requisiti minimi da rispettare per le produzioni e le importazioni ma una normativa internazionale, al momento, non c’è. Sul lato fonti fossili invece, le nuove tecniche estrattive di petroliopetrolio
    Combustibile di colore da bruno chiaro a nero, costituito essenzialmente da una miscela di idrocarburi. Si è formato per azioni chimiche, fisiche e microbiologiche da resti di microorganismi (alghe, plancton, batteri) che vivevano in ambiente marino addirittura prima della comparsa dei dinosauri sulla terra. I principali composti costituenti del petrolio appartengono alle classi delle paraffine, dei nafteni e degli aromatici, che sono composti organici formati da carbonio e idrogeno e le cui molecole sono disposte secondo legami di varia natura.
    e gas (vedi fracking, shale gas) comportano maggiori consumi di acqua rispetto ad impianti tradizionali. La decisione di approvare o meno tali tecnologie spetta ai diversi Paesi, ma di certo, ancora una volta mostra quanto la scarsità di risorse idriche possa portare all’abbandono di importanti progetti di sviluppo.

    All’industria è molto legato il tema dell’efficienza nell’utilizzo delle acque e del ricicloriciclo
    Operazione grazie alla quale è possibile recuperare un materiale avviandolo a trattamenti specifici per poterlo riutilizzare.
    delle stesse a valle del loro utilizzo. Nei Paesi in via di sviluppo, secondo l’ONU, la maggior parte delle acque industriali non è sufficientemente trattata. L’inquinamento delle poche risorse esistenti minaccia la sopravvivenza di intere popolazioni e soltanto una regolazione severa e trasparente dell’industria locale, o una migliore regolazione delle importazioni nei mercati finali delle merci, può ridurre le emergenze. Nell’ultimo settore, quello del consumo di acqua nel civile – case, uffici, alberghi, centri sportivi, etc – lo Stato deve sicuramente impegnarsi limitando al minimo le perdite negli acquedotti – vedi sopra – ma il resto spetta a noi ed alla nostra educazione ambientale. I “consigli della mamma” tornano sempre utili e possono aiutare a ridurre quella fetta di consumi che in Europa pesa per più del 20%: limitando gli abusi di acqua in doccia, mentre ci laviamo i denti, o utilizzando in maniera ottimale lavatrici o lavastoviglie.

    In sintesi, l’acqua è un tema di fondamentale importanza per lo sviluppo di ogni società e soprattutto è un’emergenza globale. Non basta seguire le più elementari norme di comportamento a casa o in città. È necessario che tutti i consumatori – noi – diventino consci degli impatti delle loro piccole, singole scelte: tra i 1.500 litri di acqua dietro ad una fettina di carne e i 400 per una di pollo la differenza c’è. Tra un indumento, o un qualsiasi bene, prodotto in uno stabilimento ad alte emissioni o con una scarsa attenzione alle acque di scaricoscarico
    Qualsiasi immissione di acque reflue in acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione. Sono esclusi i rilasci di acque previsti all’art. 114 (rilasci da diga).
    ed uno invece a filiera controllata, la differenza c’è. Ogni scelta ha delle ripercussioni. Magari non si vedono subito, o magari non nel nostro Paese, ma ci sono. E prima o poi ci vedranno coinvolti. A noi la scelta.

    Fonte: iMille

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