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La guerra dell’energia: la fine di un impero scritta all’anagrafe

  • Autore: Mario Dalla Bella

di Mario Dalla Bella, Archemia Euro East

Att_App_Loghi/ART_INT/M_Dalla Bella.jpgComparando un’immagine di Milano dal Monte Stella a San Siro, nei primi anni ’70 con quelle di oggi non riconosceremmo praticamente più la città se non per la statuaria presenza di alcune importanti costruzioni quali il Duomo, la Torre Velasca, il Grattacielo Pirelli, la Torre Branca al Parco Sempione… alla quali parecchie altre comunque se ne sono aggiunte a testimonianza del procedere nel Terziario avanzato prima e nel post-industriale poi (si pensi al nuovo Centro Direzionale e al Bosco Verticale).

Partiamo da queste cartoline di Milano che ci parlano di un cielo alla Sironi trasformato in un cielo sempre più blu, quasi surreale, per un discorso ben più ampio che riguarda i limiti dello sviluppo,ma anche un radicale cambiamento del nostro modo di esistere, la nostra sicurezza e la guerra per l’EnergiaEnergia
Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
o meglio per le Energie.L’Italia nei primi anni ’60 era un Paese solido e, almeno all’apparenza razionale, con solide tecnologie e importante produzione industriale (la Fiat, la Lancia, l’Alfa Romeo, la Pirelli, la Riva…la Motta e l’Alemagna…le squadre di calcio squadre tutte italiane con qualche primo accenno di presenza straniera importante sul piano della comunicazione come Helenio Herrera).

Poi il ’68, le fabbriche occupate, le Brigate Rosse…le prime dismissioni industriali, le delocalizzazioni all’estero degli impianti…il crollo del Muro di Berlino e l’ingresso alla grande nell’Era della Comunicazione, dell’immigrazione, della multi-etnicità. Se analizziamo tutto questo non possiamo non notare una certa qualche forma di armonizzazione di fondo pur nelle diverse risposte “politiche” a istanze praticamente ineluttabili. Oggi un Paese di 10 milioni di abitanti come l’Ungheria o di 55 come l’Italia, o addirittura l’Europa occidentale tutta, sono pochissimo rispetto a 1 miliardo e trecentomilioni di cinesi, a 1 miliardo di indiani etc. e basta collegarsi a Internet per avere il lungo elenco delle città dell’Andhra Pradesh dove si parla di Stupa ma anche di aziende farmaceutiche, biotecnologie, information technology, nanotecnologie. Non si può più produrre solo per l’Italia, per l’UE, che non garantiscono sufficienti economie di scalaeconomie di scala
Relazione tra l’aumento della dimensione dell’unità di produzione di un bene e la riduzione dei costi medi. Questo significa che al crescere delle dimensioni dell’impianto, diminuisce il costo medio del bene prodotto perché le risorse utilizzate come input vengono “sfruttate” in modo più efficiente. Sulla curva che rappresenta il legame tra le grandezze (dimensione impianto -costo medio di produzione) esiste un punto di minimo al di sopra del quale non è più conveniente aumentare ulteriormente la produzione perché altrimenti si va incontro a diseconomie di scala. Le economie di scala vanno valutate in una prospettiva di lungo termine.
ma, soprattutto, non si può produrre solo per un mercato ormai saturo. Ci stiamo preparando dunque ad una svolta epocale che forse non ha paragoni nella Storia se non (forse!) con i crolli dei Grandi Imperi per i quali comunque i fattori limitanti non erano a livello estintivo, ma ‘al massimo’ di grandi carestie e oscurantismo. Si può dire che tutti i grandi eventi del ventesimo secolo e in particolare l’ascesa del Nazismo e il sorgere dell’Impero american, siano stati il preludio di quanto sta accadendo oggi, con un procedere sempre più serrato degli eventi per la risposta alla saturazione dei mercati, ai grandi cambiamenti climatici, alla fame crescente di Energia. Non ci troviamo solo in un Mondo di quasi 7 miliardi di abitanti, ma anche di quasi 7 miliardi di abitanti tenuti insieme dal collante del consumismo, già ben evidenziato da filosofi come Marcuse, ma, soprattutto, dal pensiero tradizionalista ben lontano dalle attuali coalizioni di governo molto più vicine al pensiero di economisti come Friedman.

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