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L’Impronta ecologica

    L’Impronta Ecologica è un indice sintetico sullo stato di pressione umana sui sistemi naturali, un modo di stimare la quantità di risorse rinnovabili che una popolazione utilizza per vivere, calcolando l’area totale di ecosistemi terrestri e acquatici necessaria per fornire, in modo sostenibile, le risorse utilizzate e per assorbire le emissioni prodotte.

    L’Impronta Ecologica rappresenta quindi la quota di Capacità di Carico (Carrying Capacity, il carico massimo esercitato dalla popolazione che un determinato territorio può sopportare senza che venga permanentemente compromessa la sua produttività) relativa alla popolazione residente nell’area presa in analisi.

    L’esistenza di tipologie di territorio così diverse, che devono essere sommate insieme per arrivare alla stima finale dell’Impronta Ecologica, ha posto il problema delle differenti produttività caratteristiche delle diverse categorie ambientali. Da valutare in questo contesto, è anche la biocapacità, la capacità di produzione biologica annuale di un’area, dagli ecosistemi locali ai territori produttivi.

    È possibile definire un vero e proprio bilancio ambientale sottraendo all’offerta locale di superficie ecologica (la biocapacità) la domanda di tale superficie, richiesta dalla popolazione locale, (l’Impronta Ecologica). Ad un valore positivo del bilancio corrisponde una situazione di surplus ecologico: questo sta ad indicare una situazione di sostenibilità ambientale in cui i consumi di servizi ecologici sono inferiori ai livelli di erogazione e rigenerazione che si hanno partendo dagli ecosistemi locali. Purtroppo è estremamente raro che si verifichi la situazione di un valore positivo del bilancio ambientale: il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando una sfida caratteristica del XXI secolo. Secondo il  Global Footprint Network (ente che studia l’andamento dell’impronta ecologica dell’umanità rispetto alla biocapacità naturale, cioè la capacità del pianeta di ricostituire le risorse e di assorbire i rifiuti, compresa la CO2) sia un problema ecologico che economico.

    I costi della nostra spesa ecologica eccessiva stanno diventando sempre più evidenti:  deforestazione, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo, perdita di biodiversità e accumulo di CO2 nella nostra atmosfera va di pari passo con i crescenti costi umani ed economici.

    I governi che ignorano i limiti delle risorse nel loro processo decisionale potrebbero mettere a rischio la loro performance economica a lungo termine. In tempi di persistente “overshoot” (il momento in cui si sono consumare tutte le risorse che il pianeta produce in un anno in modo sostenibile: si inizia dunque ad incidere sull’ambiente in modo non sostenibile), quei paesi che si trovano in situazione di deficit di biocapacità si renderanno conto che la riduzione della loro dipendenza dalle risorse coincide con i loro interessi. Al contrario, i paesi che sono dotati di riserve di biocapacità hanno un forte incentivo a preservare questi beni ecologici che costituiscono una crescente vantaggio competitivo in un mondo caratterizzato da vincoli ecologici sempre più stringenti.

    A fronte di tutto ciò un crescente numero di nazioni si sta attivando in vari modi. Indipendentemente dalle specificità di un paese, incorporare il rischio ecologico nella pianificazione economica e nella strategia di sviluppo non è solo un atto di lungimiranza – è un atto necessario ed urgente.

    L’intuizione più importante dei ricercatori che hanno messo a punto il concetto di impronta ecologica risiede proprio nell’aver tradotto i complessi flussi di energia e di materia che caratterizzano la presenza e le attività umane sotto forma di domanda di superficie pro capite di terra ecologicamente produttiva.

    Una formulazione classica è data dalla seguente equazione:

    I = P x A x T

    ove:

    I : impatto della specie umana sulla biosfera;

    P : popolazione presente sul pianeta;

    A : uso delle merci (intese in senso lato);

    T : tecnologia, cioè una misura della qualità tecnica delle merci prodotte (esprimibile, ad esempio, in quantità di agenti inquinanti correlati alla produzione e al consumo di una certa quantità di beni materiali).

    Considerando che l’equazione precedentemente descritta può essere trasformata in:

    Impatto ambientale = Popolazione x Consumo pro capite x Impatto per unità di consumo

    possiamo rappresentare l’impatto per unità di consumo sotto forma di superficie di terra necessaria per produrre tale unità di consumo considerando tutti gli scambi di energia e di materia “incorporati” in tale produzione.

    L’indice di impronta ecologica viene calcolato quindi in unità di superficie, cioè un ettaro della produttività media del pianeta. L’impatto per unità di consumo equivale alla superficie di terra necessaria per produrre tale unità di consumo. Ogni bene consumato vale una superficie diversa di:

    • Terreno per energia: superficie necessaria per produrre, con modalità sostenibili (es. coltivazione di biomassa),le colture energetiche. Va inoltre calcolata la dimensione dell’area di foresta sia necessaria per assorbire la CO2 emessa dalla produzione di energia a partire da combustibili fossili.
    • Terreno agricolo: superficie arabile utilizzata per la produzione delle derrate alimentari e di altri prodotti non alimentari di origine agricola (es. cotone, iuta, tabacco).
    • Pascoli: superficie dedicata ad allevamento e, conseguentemente, alla produzione di carne, latticini, uova, lana e di tutti i prodotti derivati da allevamento.
    • Foreste: area dei sistemi naturali dedicati alla produzione di legname.
    • Superficie degradata: terreno degradato, ecologicamente improduttivo, dedicato alla localizzazione delle infrastrutture quali abitazioni, attività manifatturiere, aree per servizi, vie di comunicazione, ecc.
    • Mare: superficie marina necessaria alla crescita delle risorse ittiche consumate.

    Altri modelli di valutazione:

     

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