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Maxiemendamento. L’ennesimo commissariamento dell’AEEG?

    di Carlo Stagnaro

    Tra le pieghe del “maxiemendamento” sta una norma che non ha nulla a che vedere con la crescita, nulla a che vedere con la solidità dei conti pubblici, e tutto e solo a che vedere con la sfiducia che questo governo sembra nutrire verso i mercati competitivi e le autorità indipendenti.

    L’Autorità per l’energia elettricaenergia elettrica
    Forma di energia ottenibile dalla trasformazione di altre forme di energia primaria (combustibili fossili o rinnovabili) attraverso tecnologie e processi di carattere termodinamico (ovvero che coinvolgono scambi di calore) che avvengono nelle centrali elettriche. La sua qualità principale sta nel fatto che è facilmente trasportabile e direttamente utilizzabile dai consumatori finali. Si misura in Wh (wattora), e corrisponde all’energia prodotta in 1 ora da una macchina che ha una potenza di 1 W.
    e il gas, nell’ambito delle sue competenze, verifica che i sistemi di remunerazione e incentivazione delle attività di competenza di soggetti regolati risultino in linea con i valori medi, ove esistenti, praticati in ambito europeo per analoghe attività e che gli stessi rispondano a criteri di efficacia ed efficienza, rilevata anche tramite monitoraggio dell’uso delle infrastrutture realizzate, rispetto a opere e infrastrutture di interesse strategico, nell’ambito dell’attuazione dei Piani di sviluppo di cui agli articoli 16 e 36, comma 12 del decreto legislativo 1 giugno 2001, n.93.

    Una norma simile, se approvata, sarebbe inutile o dannosa. Inutile nel senso che il confronto tra le tariffe italiane e quelle internazionali è già tra le attività dell’Aeeg, che utilizza anche questo tipo di informazione per prendere le sue decisioni nel difficile trade off tra il rischio di tariffe troppo alte (che crea condizioni di rendita) o troppo basse (che condannerebbero il paese al sottoinvestimento nelle reti e infrastrutture energetiche).

    Tale confronto, però, va fatto cun grano salis: le tariffe di trasporto di elettricità e gas devono essere tali da garantire la piena copertura dei costi operativi e di investimento, inclusa una adeguata remunerazione del capitale investito. Ciò significa che esse sono strettamente legate ai “costi efficienti” della realizzazione ed esercizio delle reti (se di questo stiamo parlando), i quali sono per ovvie ragioni diversi da paese a paese. Nel caso qualcuno non se ne sia accorto, l’Italia è un paese lungo, stretto e montuoso, con un forte squilibrio tra alcuni poli produttivi (specie rinnovabili, nel sud) e i siti dove è maggiore la domanda (nel nord). È ovvio che in un paese simile i costi saranno sempre e comunque maggiori, a parità di tecnologia e perfino a parità di costo del capitale, rispetto a nazioni che il buon Dio ha fatto larghe e piatte. Quindi, chiedere all’Aeeg di far convergere le tariffe italiane verso le medie europee (per inciso: quali medie?) é semplicemente privo di senso. Chiedere all’Autorità di ridurre le tariffe ai livelli minimi possibili, date le condizioni e gli obiettivi che si intendono perseguire, é invece giusto e condivisibile, ma non necessario. Infatti fa già parte della missione del regolatore, che ha finora lavorato bene sotto questo profilo, se è vero, per esempio, che nel settore elettrico le tariffe sono scese del 14 per cento (in termini reali) tra il 2004 e il 2010.

    A che pro, allora, chiedere qualcosa che si ha già? La mia opinione è che sia un modo per mettere puntelli all’azione dell’Aeeg – cosa che la maggioranza ha tentato di fare più volte – allo scopo un po’ di “mostrare i muscoli”, facendo vedere che si fa qualcosa nell’interesse di una constituency tradizionalmente vicina al centrodestra e oggi clamorosamente delusa dall’esperienza berlusconian-tremontiana (le imprese del Nord). E un po’ di limare l’anomalia di un mercato che funziona bene – e dunque lascia spazi relativamente ristretti all’interventismo discrezionale – anche grazie alla resistenza di un regolatore autorevole. Ecco: l’indipendenza del regolatore, che è condizione necessaria (ma non sufficiente) al buon funzionamento del mercato, è scolpita nella legge istitutiva dell’Autorità e nel terzo pacchetto energiaenergia
    Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
    , che l’Italia ha mal recepito alcuni mesi fa contraddicendo le indicazioni comunitarie, tra l’altro, proprio su questo.

    Ora, se questo fosse un mero tentativo di potere fine a se stesso, chissenefrega. Purtroppo così non è. Infatti manovre di questo genere non possono essere senza conseguenze. Prima dicevo: “i costi saranno sempre e comunque maggiori, a parità di tecnologia e perfino a parità di costo del capitale, rispetto ad altre nazioni”. Ecco: il problema è che il costo del capitale (oltre al resto) non è affatto pari. I capitali nel nostro paese costano più che altrove perché siamo percepiti come una penisola rischiosa: dove le regole cambiano continuamente e cambiano sempre in peggio. L’esistenza di un regolatore indipendente rappresenta una garanzia per i mercati, ma persino il regolatore è impotente di fronte alle bizze del legislatore. È accaduto recentemente con l’aumento della Robin Hood Tax da 6,5 a 10,5 punti percentuali (da aggiungere in testa alla consueta aliquota Ires del 27,5 per cento), e la sua contestuale estensione agli operatori regolati.

    Per paradosso, dunque, questa norma non farebbe altro (e la semplice voce che sarà approvata non fa altro) che aumentare la percezione di inaffidabilità dell’Italia e, con essa, il costo del capitale. In sintesi, grazie a questo ennesimo colpo di luna avremo infrastrutture energetiche più costose ovvero, a parità di spesa, meno infrastrutture. Questa norma non fa bene a nessuno se non al senso di onnipotenza di ministri e deputati. In compenso fa male a tutti, inclusi quelli che (nella testa di chi l’ha inserita nel maxiemendamento, suppongo) dovrebbero esserne i beneficiari. Ritiratela!

     

    Fonte: ChicagoBlog – Istituto Bruno Leoni, 08/11/2011

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