Autore: Dario Di SantoArticoli

PNIEC, non basta il confronto tra stakeholder: occorrono strumenti e costanza

Obiettivi ambiziosi, occorre un nuovo paradigma comportamentale e considerare i benefici multipli dell'efficienza energetica

    Dario Di Santo, Managing Director FIRE, ci espone le proprie riflessioni in merito al PNIEC mostrandosi favorevole al confronto fra stakeholder ed istituzioni sulle azioni da intraprendere per contrastare i cambiamenti climatici e per discutere di misure inerenti al settore energetico. Gli obiettivi contenuti nel documento sono ambiziosi e la strada per raggiungerli non sarà facile, occorrerà far leva non solo sull’efficienza energetica ma anche su un cambio di paradigma comportamentale, da parte di aziende ed individui, orientato alla sostenibilità e sulla riduzione dell’impatto ambientale. Il comparto dell’efficienza energetica va anch’esso considerato diversamente, focalizzandosi non solo su rinnovabili e risparmio energetico, ma soprattutto sui benefici multipli che possono essere generati arrivando a soddisfare più esigenze contemporaneamente. 

    La principale considerazione sulla Proposta di Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) è che rappresenta un’ottima occasione di confronto fra gli stakeholder e le istituzioni sul tema dell’energia e del contrasto ai cambiamenti climatici. Un confronto ampio che è esplicitamente richiesto dal Regolamento EU 2018/1999 sul governo dell’Unione energetica e dell’azione sul clima, e che in Italia è spesso mancato negli ultimi anni, non solo nella redazione di documenti strategici, come le due versioni della Strategia energetica nazionale (SEN), ma anche nella definizione di singoli provvedimenti di politiche e incentivi. Considerati i tempi stretti, può anche essere accettato che questa previsione sia stata disattesa nella redazione della Proposta presentata alla Commissione europea, ma sarebbe grave perdere l’occasione di rimediare in questa fase, volta alla definizione del Piano effettivo.

    Fra gli elementi interessanti del Piano c’è l’idea di ragionare su cinque dimensioni integrate: sicurezza energetica, mercato comune dell’energia, efficienza energetica, decarbonizzazione – che ricomprende la riduzione delle emissioni e l’impiego delle fonti rinnovabili – e ricerca, innovazione e competitività. Temi da sviluppare non solo all’orizzonte del 2030, ma pensando al decennio successivo e agli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. Il formato predefinito del documento, inoltre, favorisce una certa omogeneità negli spazi e nei contenuti, utile nel raffronto fra i diversi Paesi membri.

    Le SEN elaborate a livello nazionale negli scorsi anni indubbiamente hanno aiutato, in quanto fondate su un approccio per certi versi simile. Non a caso la Proposta di PNIEC dell’Italia si posiziona bene rispetto ad altri, come riconosciuto da The coalition for energy savings in un primo documento di confronto fra le proposte dei diversi Stati, sia per chiarezza e completezza, sia occupando la seconda posizione dietro la Lettonia in termini di ambizione dei target.

    E sugli obiettivi si è concentrata buona parte della discussione nel nostro Paese. Sono sicuramente insufficienti pensando all’Accordo di Parigi, ma non appaiono nemmeno così scontati da conseguire tenendo conto degli andamenti degli ultimi quindici anni. Andare oltre al business as usual dell’ultimo ventennio non sarà facile, anche perché parte del risultato è stato basato sulla crisi economica. La figura allegata mostra proprio come la riduzione dei consumi prevista sia tutt’altro che banale se l’economia tornerà a tirare. D’altra parte, essendo il PNIEC basato sul modello Primes 2007, che ipotizzava tassi di crescita superiori a quelli attuali (e per l’Italia anche una crescita demografica), i risparmi ipotizzati dai vari Paesi saranno in generale più semplici da raggiungere di quanto le percentuali facciano pensare. In ogni caso, essendo scelte comuni a tutti i Paesi, è inutile soffermarsi su questo. Meglio cercare di capire come realmente seguire le traiettorie ipotizzate e, possibilmente, andare oltre.

    Traiettoria dei consumi finali e confronto con PIL.

    Se si esclude una nuova crisi economica, l’efficienza energetica da sola non basterà: occorrerà agire sui comportamenti, gli stili di vita, i prodotti, i processi e i modelli lavorativi. A mio avviso si potrebbe ottenere molto più di quanto si pensi. Ciascuno di noi può fare molto nel quotidiano. Si può inoltre pensare a smart working e telelavoro, purtroppo ancora poco diffusi, e a modelli di mobilità più efficienti. E si può spingere per agire sul ripensare prodotti e processi. Oggi si parla molto di economia circolare, ma ancora poco di prodotti pensati per essere sostenibili: oltre a risparmiare risorse nella produzione agendo su filiere e processi manifatturieri, si deve fare in modo di fare arrivare ai consumatori prodotti pensati per consumare e impattare poco nell’utilizzo, durare tanto ed essere facilmente riconvertibili a fine vita. Questi sono temi di cui il PNIEC potrebbe essere arricchito con il contributo degli stakeholder, cercando di essere innovativi e dedicando più risorse a sensibilizzazione e formazione.

    Altro tema che andrà trattato è rappresentato dalle politiche previste. Sarebbe bello, ma è improbabile che i contributi indicati nella figura 2 allegata (ossia la figura 35 del PNEC) trovino compimento. Già solo l’idea di avere schemi tutti in grado di funzionare altri 16 anni appare ottimistico. Sarebbe peraltro impossibile prevedere con certezza con quali strumenti arrivare al 2030, visto che ogni schema richiede continui interventi di aggiustamento nel tempo e vede la propria efficacia mutare insieme all’evoluzione del mercato e alle caratteristiche di funzionamento. Quello che più conta è essere pronti ad intervenire laddove l’insieme degli strumenti in campo non dovesse consentire di raggiungere gli obiettivi previsti. Occorre considerare inoltre che non è pensabile mettere in campo sovraincentivazioni come fatto nello scorso decennio, né per l’efficienza energetica, né per le fonti rinnovabili. Le risorse vanno dosate con saggezza, pensando in termini di costo efficacia e non sarà facile in un mercato in cui tutti vorranno tirare per la giacchetta il decisore pubblico.

    Misure previste per il raggiungimento dei risparmi (art. 7 direttiva efficienza energetica).

    Il confronto con gli stakeholder potrà aiutare ad individuare e approfondire gli strumenti migliori per smuovere il mercato dell’efficienza energetica, mobilitare i capitali privati, spendere efficacemente le risorse disponibili. Un modo per ottenere questo è fare leva sul concetto di benefici multipli dell’efficienza energetica: non focalizzarsi solo su risparmi energetici e produzione da fonti rinnovabili, ma individuare quei legami con le attività primarie che consentono di rispondere a più esigenze contemporaneamente (e.g. sicurezza, comfort, valore degli asset, competitività, uso delle risorse, immagine, etc.). Ciò potrà consentire di conseguire risultati più consistenti a parità di risorse spese, ma richiede una collaborazione forte fra figure professionali differenti, capaci di mettere a fattore comune la propria esperienza e visione.

    In sintesi, penso che il confronto degli stakeholder sia un’occasione per ragionare su strumenti, iniziative, sinergie, non solo su obiettivi e politiche. Questi sono aspetti senza dubbio essenziali, ma il cambiamento richiesto non si può conseguire solo bastone e carote: richiede un forte contributo dei singoli e non poca fantasia. Il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell’ambiente avranno un loro ruolo da svolgere. Ma è importante che le associazioni e gli altri stakeholder diano il loro contributo, favorendo ancora di più la discussione e cercando di ragionare in un’ottica di sistema, per quanto possibile.

    Tags
    Show More

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *