ArticoliAutore: Agime Gerbeti

Sostenibilità: La deindustrializzazione europea comincia dall’acciaio

Il settore dell'acciaio europeo attira attenzioni politiche che ne limitano la sua competitività. L'imposta sulle emissioni aggiunte è necessaria per diffondere uno standard ambientale internazionale

    Agime Gerbeti (Docente Sostenibilità ambientale e sociale – Università LUMSA) ci espone le proprie riflessioni in merito al settore dell’acciaio europeo, oggetto di attenzioni politiche e commerciali che rischiano di limitarne la sua competitività rispetto ai mercati asiatici ed americani. Nel corso dell’articolo vengono spiegate le motivazioni che rendono necessaria l’imposizione di una tassa sulle emissioni aggiunte così da equilibrare le ricadute energetiche ed ambientali e diffondere uno standard ambientale a livello mondiale.

     

    La competizione si è fatta insostenibile e il 5 maggio scorso Geert van Poelvoorde, Ceo di ArcelorMittal, ha comunicato che sono stati rivisti al ribasso gli obiettivi che solo pochi mesi fa avevano portato ad acquistare l’Ilva: “decisione sofferta, ma necessaria, dovuta alla combinazione tra l’indebolimento della domanda, l’aumento delle importazioni, associati a un’insufficiente protezione commerciale della UE, elevati costi energetici e l’aumento dei costi della CO2”.

    Per l’Italia invece dei 6 milioni di tonnellate previste, l’obiettivo produttivo si ferma a 5 milioni per una riduzione europea complessiva di 3 milioni di tonnellate.

    Come scrivo ormai da anni[1] – e come ho recentemente ribadito nel corso del mio intervento in audizione al Comitato economico e sociale europeo [2] davanti a una platea composta principalmente dalle associazioni industriali europee compresa l’Eurofer  – non si risolvono i problemi ambientali e climatici imponendo obblighi solo alle industrie europee, perché queste si troverebbero a competere sul mercato globale in condizione di maggiori costi energetici ed ambientali rispetto ai competitor cinese, indiani e statunitensi.

    La conseguenza è che la produzione di beni, che continuiamo invariabilmente ad acquistare, verrebbe prodotta in quei paesi nei quali è più conveniente produrre, ossia quelli con costi energetici e ambientali (oltre che costi amministrativi, di tassazione e lavoro) più bassi.

    Imporre ai produttori europei una tassa sulla CO2, che peraltro aumenta nel tempo in conseguenza dell’incremento degli obiettivi europei al 2030, è come proporre un piano Marshall a sostegno delle industrie extraeuropee fortemente emissive. Il risultato di tali miopi politiche è che così si sostengono sul mercato propri quei beni e quelle produzioni più ambientalmente impattanti a discapito delle industrie europee più virtuose che saranno costrette ad affrontare un costo prodotto più alto.

    Sempre da anni sostengo la necessità di adottare una imposta sulle emissioni aggiunte che riequilibri, almeno nel mercato europeo, i costi energetici e ambientali e che sia in grado di fissare uno standard ambientale mondiale – analogamente a quanto l’Europa già fa per le emissioni delle automobili e per i materiali dei giocattoli – per salvaguardare il lavoro europeo, l’economia e, soprattutto, l’ambiente.

    La sostenibilità dei prodotti deve diventare un parametro della competizione economica alla pari del prezzo e della qualità.

    Questa proposta, l’Imea, è stata presentata anche al Parlamento europeo ed è stata oggetto di una mozione  parlamentare nella precedente legislatura[3] e di una risoluzione[4]  sostenuta da tutte le forze politiche[5]; inoltre è già stata appoggiata da Enea[6], dalla FLAEI[7], da associazioni ambientaliste e da numerosi operatori industriali.

    Occorre valorizzare la CO2 emessa durante la produzione dei beni come se questa fosse ancora contenuta in quei beni, valorizzarla in maniera utile ed adeguata e percentualizzarla sull’Iva: chi produce sotto il livello di riferimento riceverebbe uno sgravio, chi emettesse sopra durante la produzione, un aggravio proporzionale sull’Iva.

    Occorre riaffermare con intelligenza i valori ambientali che l’UE si è autoimposta e tassare le emissioni dei beni ovunque questi vengano prodotti.

    Occorre tracciare le reali emissioni  – magari con l’aiuto della tecnologia blockchain – come se i gas climalteranti emessi per produrli ci avvelenassero immediatamente e non indirettamente attraverso l’ambiente nel quale viviamo.

    Curioso che proprio lo stesso giorno la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes[8]) annunciasse che nel giro di qualche decennio un milione di animali e vegetali scompariranno dalla terra e dagli oceani, l’equivalente di 1/8 di tutte le specie che popolano il pianeta, se non si cambia rotta sull’erosione delle risorse, sulla gestione dei rifiuti e sulle emissioni climalteranti.

    Il prezzo della CO2 è aumentato di circa il 230% dall’inizio del 2018, determinando un’ulteriore pressione competitiva sui produttori siderurgici europei” – afferma ArcelorMittal nel comunicato – e chiede “l’introduzione di misure per cui l’acciaio importato abbia gli stessi standard applicati alla CO2 per l’acciaio prodotto in Europa ai sensi dei regolamenti previsti dall’ETS”.

    Un comunicato che sembra paventare che la prima specie a rischio estinzione possa essere il lavoratore europeo nell’industria.

    [1] “CO2 nei beni e competitività industriale europea”, Agime Gerbeti, Editoriale Delfino, 2014.
    [2] Conciliare le politiche in materia di clima e di energia: la prospettiva del settore industriale, 29 marzo 2019.
    [3] EFDD del Parlamento Europeo “ETS: State Of Play And Alternative Proposals”, Bruxelles, 2 Luglio 2015.
    [4] Legislatura XVII, Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00593, 21 giugno 2016, seduta n. 641.
    [5] Risoluzione delle Commissioni riunite X e XIII, approvata a conclusione dell’esame dell’affare assegnato sulle asimmetrie competitive per l’industria europea derivanti dai bassi costi energetici e dai bassi standard ambientali in Paesi extra-UE, 1° agosto 2017. Doc. XXIV, n. 79 delle Commissioni Riunite del Senato Attività produttive e Ambiente.
    [6] Enea, http://www.enea.it/it/seguici/documenti/le-proposte/ClimateChange.pdf a firma Tullio Fanelli, Vincenzo Artale, Natale Massimo Caminiti, Carlo Manna, Marcello Clarich, Alessandro Ortis, Gianni Silvestrini, Federico Testa.
    [7] Federazione Lavoratori Aziende Elettriche Italiane, http://www.flaeicisl.org/default.aspx?TabId=708&key1=&key2=10663
    [8] https://www.ipbes.net/news/Media-Release-Global-Assessment

     

    Articolo di Agime Gerbeti (Docente Sostenibilità ambientale e sociale – Università LUMSA)

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    One Comment

    1. siete degli illusi se sperate in questo. Occorre in primis abbattere il costo dell’energia e questo in un paese come l’Italia che ha rinunciato al nucleare e impossibile.La siderurgia italiana e destinata al declino pet volonta del nord europa. Ho si adottano reali alternative energetiche che abbattano i costi per l’industria pesante o non c’e nessuna speranza che la nostra siderurgia sopravviva.

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