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Un diverso punto di vista sugli incentivi alle Rinnovabili

  • Autore: G.B. Zorzoli

di G.B.Zorzoli – ISES Italia

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La discussione sullo schema di decreto legislativo di recepimento della Direttiva 2009/28 sulle fonti rinnovabilifonti rinnovabili
Una risorsa è detta rinnovabile se, una volta utilizzata, è in grado di rigenerarsi attraverso un processo naturale in tempistiche paragonabili con le tempistiche di utilizzo da parte dell’uomo. Sono considerate quindi risorse rinnovabili:
– il sole
– il vento
– l’acqua
– la geotermia
– le biomasse
ha riportato al centro del dibattito il problema del costo gli incentivi.
Da parte di coloro che li considerano troppo onerosi, vengono spesso avanzate due proposte apparentemente di buon senso: invece di buttare via tanti soldi in tecnologie ancora troppo care, destiniamone una parte a finanziare ricerche che portino a soluzioni meno dispendiose; non è giusto che a pagare siano i consumatori di energia elettricaenergia elettrica
Forma di energia ottenibile dalla trasformazione di altre forme di energia primaria (combustibili fossili o rinnovabili) attraverso tecnologie e processi di carattere termodinamico (ovvero che coinvolgono scambi di calore) che avvengono nelle centrali elettriche. La sua qualità principale sta nel fatto che è facilmente trasportabile e direttamente utilizzabile dai consumatori finali. Si misura in Wh (wattora), e corrisponde all’energia prodotta in 1 ora da una macchina che ha una potenza di 1 W.
, sarebbe più equo ricorrere alla fiscalità generale.
Chi avanza il primo suggerimento ignora che quando un prodotto è il risultato di un’innovazione realmente radicale, il costo per trasformare i risultati della ricerca scientifica in produzioni industriali competitive è di almeno due ordini di grandezza superiore agli investimenti in R&S. Raramente un’impresa è disposta a sopportarli, visti i rischi che ciò comporta.
La grande fioritura dopo la seconda guerra mondiale di prodotti radicalmente innovativi è stata infatti resa possibile dai massicci investimenti nei programmi militari e spaziali. Per restare nel settore energetico, la domanda di prestazioni sempre più spinte per i jet militari ha finanziato lo sviluppo industriale di turbogas in grado di funzionare in modo affidabile a temperature di 1300-1400 °C. Senza questo sforzo finanziario l’industria non sarebbe stata in grado con molto più modeste innovazioni incrementali (alla sua portata) di sviluppare in proprio e mettere sul mercato le macchine che hanno consentito lo straordinario successo delle centrali elettriche a cicli combinati.

Il caso del nuclearenucleare
Forma di energia derivante dai processi che coinvolgono i nuclei atomici (fissione e fusione).
è ancora più eclatante. Il PWR, cioè il reattore a maggiore diffusione nel mondo, non solo si è avvalso delle conoscenze acquisite col progetto Manhattan, ma è stato prima realizzato su scala industriale per la propulsione dei sommergibili nucleari e poi ulteriormente finanziato dal programma dimostrativo americano degli anni ’50, mentre il BWR, secondo reattore per diffusione, è stato sviluppato nei laboratori federali di Argonne (presso Chicago) e in seguito portato allo stadio commerciale dal programma dimostrativo.
Le due innovazioni radicali per la produzione elettrica degli ultimi 50 anni sono state dunque finanziate in modo inconsapevole dai taxpayer americani.
Viceversa, con riferimento – sempre per esemplificare – a due fra le più radicali tecnologie innovative per lo sfruttamento delle rinnovabili, l’eolico non aveva ovviamente interesse per il settore militare o spaziale, mentre le installazioni fotovoltaiche a bordo dei satelliti utilizzano celle all’arseniuro di gallio, di non immediato utilizzo in campo civile, dove a dominare sono le celle a base di silicio.

Stando così le cose, quanti sostengono che invece di spendere in incentivi bisognerebbe investire in ricerca, sono disinformati. Per le nuove rinnovabili il problema principale è finanziare in modo adeguato e per il tempo necessario il processo innovativo su scala industriale.
Farlo ricorrendo alla fiscalità generale nelle condizioni della finanza pubblica italiana equivarrebbe a mettere a rischio gli incentivi quando ogni fine anno si discute la legge finanziaria, come conferma la vicenda delle detrazioni fiscali per gli interventi di efficientamento domestico. Oltretutto questa soluzione non rispetterebbe il criterio di equità stabilito dall’Unione Europea: l’inquinatore deve pagare in proporzione al danno che provoca. Poiché consumando energiaenergia
Fisicamente parlando, l’energia è definita come la capacità di un corpo di compiere lavoro e le forme in cui essa può presentarsi sono molteplici a livello macroscopico o a livello atomico. L’unità di misura derivata del Sistema Internazionale è il joule (simbolo J)
contribuiamo alle emissioni di CO2CO2
Gas inodore, incolore e non infiammabile, la cui molecola è formato da un atomo di carbonio legato a due atomi di ossigeno. È uno dei gas più abbondanti nell’atmosfera, fondamentale nei processi vitali delle piante e degli animali (fotosintesi e respirazione).

, è equo che l’onere per il processo innovativo di tecnologie (le rinnovabili) in grado di ridurle sia caricato sulla bolletta dei consumatori.

Naturalmente spetta al decisore politico modulare nel tempo in modo appropriato gli incentivi, così da stimolare la riduzione dei costi delle nuove tecnologie senza comprometterne lo sviluppo. Insomma, il cavallo va frustato perché corra, stando però attenti a non dissanguarlo. Naturalmente abbandonando le tecnologie che strada facendo non si dimostrassero in grado di correre in modo adeguato.

Infine, per la collettività gli incentivi alle rinnovabili non rappresentano un puro costo. Secondo il rapporto IREX 2010 di Althesys (società di consulenza strategica e finanziaria che ha messo a punto l’indice IREX per monitorare l’andamento nella Borsa italiana delle aziende quotate aventi come core business le rinnovabili), i ritorni del loro sviluppo in termini occupazionali, di crescita del PIL, di minori pagamenti per emissioni di CO2, ecc, porteranno a un saldo attivo nel 2020 compreso tra 23,7 e 27 miliardi di euro.

Allora, dove sta il problema?
G.B. Zorzoli

 

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