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Un precedente pericoloso. Il Decreto ILVA oltre l’ILVA – Editoriale IBL

    I problemi dell’ILVA e di un territorio diviso fra l’incubo di un disastro ambientale e le pressanti esigenze occupazionali periodicamente placate dall’intervento dello Stato (l’ILVA fu azienda IRI dagli anni Trenta agli anni Ottanta), vengono da lontano e, temiamo, lontano vanno.

    Essi non risalgono al 2012, bensì a molto prima. Nel 2015 c’è stato soltanto il punto di partenza di un epilogo senza fine, con i governi a cercare di arginare gli effetti delle decisioni della magistratura, la magistratura a cercare di imporsi in nome della tutela dell’ambientetutela dell’ambiente
    Insieme di misure legali volte alla protezione dell’ambiente naturale da fenomeni di inquinamento o supersfruttamento. Le crescenti preoccupazioni per la salvaguardia dell’ambiente, infatti, hanno portato alla formulazione di apposite leggi in diversi settori (per esempio nell’agricoltura, nell’industria, nei trasporti, nell’edilizia, ecc…) e all’elaborazione di normative di contenimento dell’impatto ambientale. Anche a livello internazionale sono state adottate diverse convenzioni per limitare le alterazioni dell’ambiente globale (surriscaldamentosurriscaldamento
    Raggiungimento di temperature critiche.
    , buco dell’ozono,ecc …) e tutelare le diversità biologiche. Ne sono un esempio le conferenze delle Nazioni Unite inaugurate nel 1972 a Stoccolma e culminate nel Vertice mondiale su Ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro del 1992 (vedi UNCED e Agenda 21).
    e della salute, la politica apparentemente impotente.

    La settimana scorsa, il settimo dei decreti legge sull’ILVA è stato convertito in legge. Dal primo provvedimento, approvato dal governo Monti per togliere i sigilli all’azienda, a questo del governo Renzi sono cambiati non solo i Commissari ma anche le stesse regole del commissariamento. Intanto, l’azienda è stata ridotta allo stremo, tra i vincoli di sequestro e la sfiducia dei creditori e fornitori.

    Il tentativo di mettere in piedi una gestione commissariale sotto l’ala e la garanzia del governo, anche dal punto di vista economico, vagheggiando di poterla poi reimmettere sul mercato è una scelta sicuramente discutibile, ma ahinoi anche verosimile, perfettamente coerente col tipico modo italiano di affrontare la crisi di grandi aziende. Il contribuente è per definizione il salvatore di ultima istanza delle aziende italiane.

    Le conseguenze di questo decreto, tuttavia, vanno molto oltre l’ILVA.

    Grazie ad esso, infatti, i governi potranno ora rilevare in amministrazione straordinaria le imprese in stato di insolvenza che gestiscono almeno uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale. Se un’impresa sia di interesse strategico nazionale, ovviamente è lo stesso governo a dirlo: l’unico vincolo alla sua creatività, in tema di definizione di “strategie” e “strategicità”, è la presenza di un numero minimo di lavoratori subordinati occupati.

    Non solo.

    Oltre ILVA, il decreto prevede per la prima volta spese in sostegno a tutto il territorio di Taranto, mascherati come una sorta di intervento risarcitorio e sull’indotto. Si parla della riqualificazione non solo ambientale della città, compresa la valorizzazione della città vecchia. 

    Nel frattempo, Cassa depositi e prestiti ha modificato il proprio statuto prevedendo che con la raccolta di risparmio postale garantita dallo Stato potrà finanziare le operazioni in favore di soggetti privati in settori di interesse generale e con quella non garantita le opere e le reti destinate a iniziative di pubblica utilità.

    Intervento pubblico chiama intervento pubblico: dalla crisi del ’29 in poi, lo sappiamo, questa è la regola. Con l’ILVA, il governo si è messo su un pericoloso piano inclinato.

    Fonte: Editoriale IBL

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