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Addestramento Speciale per Marinai: La US Navy Insegna l’Uso dei Laser Anti-Drone in California

Al crepuscolo, sulla costa della California, una luce impercettibile divide il cielo dal mare. Non fa rumore, non lascia fumo. Eppure indirizza decisioni umane, millimetri alla volta. È qui che la US Navy forma i suoi marinai al futuro prossimo.

La notizia è semplice e concreta: la US Navy ha avviato in California un ciclo di corsi per insegnare l’uso dei laser anti-drone ODIN. Una scelta pratica. Un segnale politico. Una risposta a un fenomeno che non è più eccezione: i droni intorno alle navi militari.

In banchina la scena è pulita. Simulatori, schermi, check-list. In mare, la scena cambia. Vento, vibrazioni, bersagli che spuntano bassi sull’orizzonte. L’addestramento tiene insieme questi due mondi. A terra si impara la disciplina del gesto. A bordo si impara a fidarsi dei sensi, ma anche a metterli in discussione.

Perché adesso: droni e mare aperto

Negli ultimi anni la presenza di droni vicino alle rotte strategiche è cresciuta. Non servono numeri esatti per capirlo: basta guardare ai teatri del Mar Rosso, del Mediterraneo orientale, del Mar Nero. Piccoli velivoli a basso costo mettono pressione a flotte miliardarie. La logica cambia. Conta l’occhio prima del muscolo. Identificare, capire, agire. In pochi secondi.

Qui entra in scena ODIN. A metà corso arriva il punto vero. ODIN significa Optical Dazzling Interdictor, Navy. È un sistema laser pensato per “accecare” i sensori dei droni. Non li brucia. Li rende ciechi. È un’arma di negazione, non di distruzione. Il vantaggio è noto: reazione rapida, costo per colpo molto basso, nessun frammento esplosivo in aria. La Marina lo ha installato su diversi cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke a partire dal 2019. Sui numeri attuali la Marina mantiene riserbo: non ha diffuso elenchi completi, e chi segue il tema lo sa.

Dentro il corso: pratica, regole, sangue freddo

Cosa imparano i marinai? Prima di tutto sicurezza. Un laser non perdona gli errori. Occhi protetti, aree interdette, procedure di attivazione doppia, controlli incrociati. Poi viene l’integrazione. ODIN lavora con radar, camere infrarosse, tracciatori ottici. Il tiro non è istintivo: è corale. Il sistema punta, il marinaio decide.

C’è anche la manutenzione. Polvere di salsedine, vibrazioni, umidità. L’energia diretta è potente, ma esigente. Gli istruttori insistono su piccoli gesti ripetuti: pulire una finestra ottica, controllare una connessione, annotare una deriva. Sembra routine. È differenza tra successo e abbaglio.

Il momento chiave arriva quando il bersaglio è “quasi” nel mirino. Un puntino sul display, poi una sagoma. A quel punto il corso diventa psicologia applicata. Regole d’ingaggio, contesto, distanza dalla costa, traffico civile. Un drone può essere pericoloso o solo curioso. L’ODIN serve proprio lì: togliere al sospetto i suoi occhi, senza alzare il volume del conflitto. È il passaggio dalla munizione al fotone. Dalla forza all’informazione.

Esempi concreti? Su navi che montano sistemi simili, equipaggi hanno gestito sorvoli sospetti mantenendo la rotta e senza sparare. È successo. È verificabile. Non tutto però è pubblico: i dettagli operativi restano classificati, com’è ovvio.

C’è un’immagine che resta addosso. Un giovane specialista regola una ghiera con la cura di un orologiaio. Il ponte è bagnato, l’aria sa di sale. Davanti a lui un cielo pulito, attraversato da un punto che va e viene. La tecnologia fa il suo mestiere. L’umano decide il resto. Fin dove ci fidiamo della luce per tenere a bada il rumore del mondo?

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