Nel vento caldo della Libia, la strada si ferma davanti a un check point. Gente che parla a bassa voce, telefoni che non prendono, orari che si allungano. È qui che due italiani scomparsi si perdono nel buio della burocrazia armata.
Succede spesso così: parti convinto di conoscere il percorso, poi un posto di blocco decide per te. Una sbarra, tre uniformi diverse, la stessa parola ripetuta: aspettare. Il gruppo della Flotilla si muove in quell’area da giorni. Ha contatti, ha permessi, ha un obiettivo. Ma i confini, in Libia, non stanno solo sulle mappe. Stanno nei tavoli improvvisati, nelle stanze con la luce a neon, nei timbri che compaiono o spariscono.
Il punto centrale arriva solo più tardi, quando si capisce che la “trattativa” si è allungata troppo. Due italiani si sarebbero fermati a “negoziare” a un check point controllato dalle autorità legate al generale Haftar, che dominano buona parte della Cirenaica. Da lì, il silenzio. Nessuna conferma ufficiale, solo la solita catena di chiamate, messaggi, contatti da ricontattare. Con loro, secondo le prime ricostruzioni, ci sarebbero anche Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. La prudenza è d’obbligo: al momento le informazioni restano parziali e soggette a verifica.
La Farnesina ha avviato accertamenti. L’Unità di Crisi lavora su più canali: contatto con l’Ambasciata italiana a Tripoli, raccordo con le autorità locali nell’est e triangolazioni con chi conosce quei valichi meglio di chiunque. Non c’è un tempo standard per queste operazioni. Dipende da chi risponde al telefono, da chi firma il lasciapassare, da chi comanda quella sera. E in Libia, spesso, il comando cambia turno senza avviso.
Due connazionali risultano irraggiungibili dopo un’interlocuzione a un posto di blocco nell’area controllata dalle forze di Haftar. La Farnesina conferma verifiche in corso e massima riservatezza operativa. I nomi circolati, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, non sono ancora supportati da un bollettino ufficiale. È corretto dirlo e tenere una linea sobria. L’area è ad alta densità di checkpoint: la presenza di più catene di comando può moltiplicare i passaggi e gli imprevisti.
Chi ha viaggiato in Cirenaica lo sa: i chilometri contano meno dei timbri. La logistica dipende dal clima politico del giorno, dai rapporti tra milizie, dalla luna. Non è un modo di dire. Nel 2023 e nel 2024 i principali avvisi per chi si muove in Libia hanno sconsigliato viaggi non indispensabili, indicato itinerari a rischio e chiesto registrazione preventiva sul portale “Dove Siamo nel Mondo”. È materiale sobrio, verificabile, che racconta una realtà concreta: oltre i cartelli stradali, ci sono i poteri di fatto.
Nel frattempo, il gruppo della Flotilla tiene il fiato corto. Una sosta forzata può durare ore, a volte giorni. Si mangia poco, si dorme a turno, si sta in ombra quando si può. “Negoziare” lì significa tutto e niente: spiegare un progetto umanitario, mostrare documenti, farsi garantire da un referente locale. Talvolta significa solo aspettare il cambio di turno giusto.
Non serve spettacolarizzare. Serve lucidità, una catena di contatti affidabili, un margine di pazienza. Le famiglie chiedono quello che chiederebbe chiunque: dove sono? Con chi stanno parlando? Quanto manca? In queste domande c’è già tutta la storia. Finché non arriva una voce dall’altra parte della linea, l’unico gesto possibile è fare spazio al silenzio operativo. E tenere accesa una luce, piccola ma ostinata, nell’ora più lunga della notte.