Divisione al Pride di Napoli: l’Arrevutamm ritorna in protesta contro sponsor pro Israele e per la difesa dei diritti trans

Napoli ha sempre fatto festa con corpo e voce. Quest’anno, però, quella voce si sdoppia: due cortei, due date, stessi desideri di libertà. Il mare è lo stesso, i tamburi pure. A cambiare è la traiettoria. Chi cammina dove, e perché, dice molto dell’aria che respiriamo.

Napoli non rinuncia alla sua energia. A giugno avrà due sfilate. Il 27 ci sarà il corteo “ufficiale”, che celebra i trent’anni dalla prima parata cittadina. Il 20 sfilerà anche l’Arrevutamm Pride, nato l’anno scorso dalla rottura con il coordinamento storico e con Antinoo Arcigay Napoli. È la seconda volta di fila. Non è una lite da corridoio. È una questione politica e culturale che tocca nervi scoperti.

Il primo dato è semplice: la città è grande abbastanza per due piazze. E le piazze non sono identiche. Il Pride di Napoli istituzionale lavora con una rete ampia di associazioni e realtà sociali. Punta a un messaggio inclusivo, costruito in dialogo con istituzioni e sponsor. L’Arrevutamm sceglie un profilo più conflittuale. Preferisce strada, assemblee, intersezionalità esplicita.

Detto così sembra un normale pluralismo. Ma non è tutto qui.

Due cortei, una città

Chi scenderà il 20 giugno mette al centro due parole chiave: sponsor e diritti trans. La contestazione riguarda la presenza, reale o presunta, di aziende e partner “pro Israele” nell’ecosistema del corteo ufficiale. Non ci sono elenchi completi e pubblici degli sponsor contestati: l’informazione è parziale e in alcuni casi non verificabile. Il punto, per chi protesta, è di principio. Dicono: non si può fare festa con marchi percepiti come parte di un “pinkwashing” che ripulisce conflitti e abusi. Chi guida il coordinamento storico respinge questa lettura. Rivendica un Pride aperto, plurale, capace di parlare a tutta la città. La linea è chiara: unità, diritti, nessun spazio per odio o discriminazioni.

Il secondo asse è la vita concreta delle persone trans. Qui la distanza è di priorità. Dentro l’Arrevutamm Pride si chiede con forza l’accesso reale a servizi sanitari rispettosi dell’autodeterminazione. Si denunciano attese lunghe, sportelli insufficienti, fragilità occupazionali. Sono esperienze diffuse, raccontate in assemblee e sportelli di ascolto. Alcuni dati sono noti e verificabili: in Italia non esiste il matrimonio egualitario (dal 2016 ci sono solo le unioni civili) e il ddl Zan è stato affossato nel 2021; la rettifica anagrafica del genere richiede ancora un percorso giudiziario. Tutto ciò pesa nella vita quotidiana.

La frattura che interroga tutti

C’è chi teme che due cortei indeboliscano la causa. C’è chi vede, al contrario, un segno di maturità: la comunità LGBTQIA+ non è un blocco unico e sa nominare i conflitti. A Napoli questo si vede e si sente. Nei cortei spunteranno cartelli su Gaza accanto a striscioni contro la transfobia. Lì si misura la politica che passa dai corpi: chi è vulnerabile non può aspettare che il calendario istituzionale si allinei.

La verità è che le manifestazioni hanno funzioni diverse. Un Pride “grande” parla al Paese e tiene insieme differenze. Un Pride “radicale” spinge l’asticella e impedisce che tutto si riduca a passerella. Servono entrambi? Forse sì, se si ascoltano. Forse no, se si cancellano a vicenda.

Napoli, intanto, fa quello che sa fare: mette in piazza le contraddizioni. Non si limita a celebrare, prova a capire. Cammineremo su due strade che si guardano. Magari, in fondo al percorso, ci accorgeremo che portano alla stessa domanda: che cosa significa, oggi, dire “orgoglio” senza smettere di guardare il mondo negli occhi?

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