Una donna scompare in una mattina d’estate a Parma. Una casa che resta in silenzio, un telefono che non squilla più. Tra richieste di archiviazione e ipotesi di omicidio, la pista non è chiara: a guidare sono i dubbi dei pm e la tenacia di chi non vuole lasciare vuoti.
Il 29 giugno 2023 Alessandra Ollari, 53 anni, esce di casa a Parma. Non torna. A denunciare la scomparsa è il compagno, Ermete Piroli, poco più che cinquantenne. Da qui parte un fascicolo che, mese dopo mese, cambia pelle. Prima le ricerche. Poi gli interrogativi. Infine la tensione tra chi spinge per archiviare e chi intravede una pista di reato.
Per chi vive in città, tutto è cominciato con pochi dettagli netti. Una data precisa. Un indirizzo normale. Una vita sospesa. Il resto è nebbia. I fatti disponibili al pubblico restano scarsi: non è stato reso noto alcun ritrovamento di indizi decisivi, né esiste conferma ufficiale di una dinamica. La Procura ascolta, controlla, mette in fila tasselli. È routine, ma non è meccanica.
Gli investigatori, come avviene in casi analoghi, passano al setaccio filmati di telecamere, tracciati di celle telefoniche, movimenti di conti e carte. Cercano orari, movimenti, facce ricorrenti. Incrociano testimonianze di vicini e conoscenti. Queste sono prassi solide, verificabili e ripetute in ogni indagine di scomparsa. Su questo caso, però, non emergono al momento dati pubblici che sciolgano il punto essenziale: dove sia finita Alessandra e perché.
Nel frattempo la città fa da cornice. Gli argini, i parchi, i supermercati del quartiere. La gente ricorda frammenti: un saluto in ascensore, una borsa a tracolla, una luce in cucina la sera prima. Piccoli appigli che non fanno prova, ma fissano il paesaggio della mancanza. Sono i contorni che, in una inchiesta senza corpo e senza scena certa, contano più del solito.
Qui la storia inciampa. In assenza di riscontri oggettivi, la Procura può valutare la archiviazione per mancanza di elementi. È una possibilità prevista e frequente. Al tempo stesso, davanti a incongruenze o incongruità temporali, i pm possono ipotizzare l’omicidio e iscrivere qualcuno nel registro degli indagati. Anche questo è un atto tecnico, non una condanna. In questo caso, i “dubbi dei pm” di cui si è parlato indicano proprio il tira e molla della prova: indizi forse presenti ma non consolidati, piste da corroborare, risposte mancate.
Non risulta, allo stato, una comunicazione pubblica definitiva su un rinvio a giudizio, né su un provvedimento irrevocabile di archiviazione. Se esistono “accuse di omicidio”, vanno intese come ipotesi di reato al vaglio, non come verità giudiziarie. Vale per chiunque: la presunzione di innocenza è un principio, non un optional.
C’è un punto, però, che riguarda tutti. Il vuoto giudiziario non è un vuoto umano. La comunità si misura con domande che non passano. Si può scomparire nel cuore di una città? Cosa resta di una persona quando i documenti tacciono, i telefoni non parlano e i verbali non chiudono il cerchio?
Forse, nel caso di Alessandra Ollari, resterà per un po’ questa immagine: una panchina sull’argine, in una sera d’estate, con una borsa invisibile appoggiata accanto. La guardi e ti chiedi se a volte non siano proprio i silenzi, più delle parole, a dirci dove cercare. E, soprattutto, a chi credere quando la verità sembra fare un passo indietro.