Genova è una parola che brucia ancora: strade sbarrate, elicotteri bassi, cori strozzati dal rumore dei manganelli. In mezzo, un ragazzo di 23 anni, una città murata, e un varco che si apre per sempre nella coscienza pubblica.
Ricordo l’attesa. L’aria tesa, i notiziari in loop, la sensazione fisica che qualcosa stesse per spezzarsi. Il G8 di Genova del luglio 2001 non fu solo un vertice. Fu il momento in cui l’Italia si guardò allo specchio e vide una crepa. C’era la zona rossa, invalicabile, e una città tagliata in due. C’erano migliaia di persone arrivate da tutta Europa. Alcuni pacifici, alcuni rabbiosi, molti spaventati. C’era la parola globalizzazione che diventava concreta, dura, concreta come gli scudi.
Il contesto lo conosciamo: manifestazioni multiple, servizi di ordine pubblico in allerta, piccoli gruppi pronti allo scontro. In quelle ore si contarono centinaia di feriti e oltre trecento fermi. I cortei del 20 luglio cercavano un varco, le forze dell’ordine serravano i ranghi. La distanza fra piazza e palazzi divenne abisso.
Che cosa accadde davvero in quelle ore
A metà pomeriggio, in Piazza Alimonda, un Land Rover dei Carabinieri resta bloccato. Volano pietre, scudi, urla. Un ragazzo di 23 anni cade a terra, poi si rialza. Si chiama Carlo Giuliani. Un colpo di pistola parte dall’interno del mezzo. Carlo crolla. Due spari, uno letale. La dinamica rimane discussa. La magistratura archivia per legittima difesa, ipotizzando il rimbalzo del proiettile su un sasso. Non tutti accettano questa ricostruzione. Anni dopo, la Corte europea dei diritti umani valuterà il caso: nessuna violazione del diritto alla vita per l’uso della forza, ma rilievi severi sulla pianificazione dell’ordine pubblico. Quel verdetto non pacifica le coscienze. Le spacca, semmai, in modi più sottili.
In molti, da allora, dicono che “quel ragazzo rovinò tutto”. La verità è più scomoda. La sua morte, lì, in diretta televisiva, tolse il velo. Chiamò le cose per nome. Mostrò che una democrazia, se non governa il conflitto con regole e responsabilità, rischia di spegnere la voce stessa dei cittadini. Lo capirono perfino persone lontane dai cortei. Quella sera, praticamente nessuno guardò allo stesso modo la divisa, il casco, il sasso. Neppure lo specchio.
Le cicatrici istituzionali: Diaz e Bolzaneto
La notte tra il 21 e il 22, alla scuola Diaz, una perquisizione finisce in un massacro. Fotografie, cartelle cliniche, testimonianze: tutto parla di violenza ingiustificata. A Bolzaneto, in caserma, i trattenuti subiscono abusi. Anni dopo arriveranno condanne, prescrizioni, e sentenze europee che diranno una cosa limpida: l’Italia, allora, non aveva strumenti adeguati per punire la tortura. La legge arriverà solo nel 2017, troppo tardi per molti. Una inchiesta parlamentare organica non si farà mai. Restano i fascicoli, le scuse tardive, gli indennizzi, e una fiducia pubblica tagliata a strisce.
Quello che ci è rimasto, vent’anni dopo, è un lessico. Diciamo Piazza Alimonda e non serve aggiungere altro. Diciamo Diaz e il sangue risale alla gola. Diciamo memoria collettiva e capiamo che non è un museo: è una frontiera mobile. Non tutti i dati sono chiari, e qualcuno non lo sarà mai. Ma abbastanza è documentato per pretendere un impegno: formazione vera, catene di comando trasparenti, protocolli valutati da osservatori indipendenti. Non è un atto contro le forze dell’ordine. È un atto per lo Stato.
A volte penso a un casco posato su un davanzale, alla fine del turno. Dentro c’è sudore, fuori ci sono ammaccature. E penso a una sciarpa rossa lasciata su un asfalto caldo. Quante vite ci stanno in quei due oggetti? E quante ne teniamo insieme, oggi, quando diciamo “mai più” e ci crediamo davvero?

