De la Fuente al centro del caos alla conferenza show della Fifa: tra fischi, urla e richieste di rispetto

Luci da palcoscenico, applausi trattenuti, poi il gelo. In una “conferenza–spettacolo” che voleva ammiccare al grande intrattenimento, il calcio è tornato carne viva: fischi, urla, e De la Fuente che alza la voce chiedendo rispetto. Un momento breve ma tagliente, come certe verità che, quando esplodono, fanno rumore.

È andata così: approfittando del Fanatics Festival, la FIFA ha puntato su una conferenza-show aperta ai tifosi, con ingresso a pagamento e un parterre di ospiti sportivi. Non la classica conferenza stampa. Un format misto, tra chiacchiera sul palco e domande dal pubblico. L’idea era chiara: accorciare la distanza, trasformare l’incontro in evento. L’inizio in ritardo ha scaldato gli umori. Il resto li ha incendiati.

Cosa è successo sul palco

La situazione è degenerata quando la platea ha preso la scena. Prima mugugni, poi fischi. Quindi le urla verso De la Fuente, finito al centro del caos. Lui ha provato a tenere il punto, ma la frizione è salita. Ha scandito, irritato: “Fin da piccolo mi hanno insegnato ad avere rispetto”. Parola pesante, soprattutto quando scivola da chi sta sul palco a chi è in platea. Il moderatore ha provato a riportare il ritmo. Qualche “per favore”, qualche invito alla calma. Non ci sono dati ufficiali sul numero dei presenti né sul totale degli incassi della serata. Bastavano, però, i decibel per capire che il clima era cambiato.

Non è la prima volta che il tentativo di fare “show” col calcio inciampa. Quando il pubblico paga, non è un figurante: pretende risposte, non slogan. E porta in sala ciò che vive allo stadio e sui social. Domande dure su prezzi, calendario intasato, decisioni impopolari. Domande che, se evitate, tornano a galla più forti. Qui è accaduto proprio questo: l’intrattenimento si è piegato alla realtà.

Perché questo esperimento divide

Il nodo è culturale e pratico. La FIFA da anni spinge verso l’intrattenimento totale: Mondiale 2026 a 48 squadre, nuovo Club World Cup a 32 club, fan zone e format “immersivi”. Il business regge: nel ciclo 2019–2022 i ricavi hanno superato i 7,5 miliardi di dollari. Ma più cresce il palinsesto, più il tifoso si sente cliente. E al cliente non si chiede solo rispetto: gli si dà ascolto e trasparenza.

Esempi concreti? Quando si toccano temi come il prezzo dei biglietti, il calendario che allunga le stagioni oltre il limite umano, l’uso del VAR percepito come opaco, il pubblico non accetta risposte vaghe. In una platea mista, senza il filtro dei cronisti, l’energia si trasforma in tensione. È umano: chi paga un posto, pretende di essere parte della conversazione, non la scenografia.

De la Fuente, suo malgrado, è diventato il bersaglio simbolico di un malessere più largo. Non è questione di un nome. È la fatica di un calcio–spettacolo che promette prossimità ma spesso offre distanza. E se una parola come “rispetto” suona come rimprovero invece che come ponte, il cortocircuito è servito.

Forse la lezione è semplice: prima dei led e delle grafiche, servono spazi veri per domande vere. Microfoni aperti, tempi chiari, risposte nette. Perché il pubblico non cerca solo giochi di luce. Cerca un patto. E in quel patto, sul palco come sugli spalti, chi deve il primo passo? La prossima volta, basterà un minuto di silenzio e un “parliamo” detto senza copione per riaccendere fiducia?

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