Un pomeriggio d’estate, il 25 giugno 2009, il tempo sembrò fermarsi. A Los Angeles, in una villa di Holmby Hills, la notizia corse come un lampo: Michael Jackson era morto. Da allora, ogni anno, la sua assenza riaccende una presenza. C’è chi ricorda il passo all’indietro, chi una canzone, chi una ferita mai chiusa.
L’icona che ha cambiato la musica
A volte basta un gesto. Per Michael Jackson, quel gesto è il moonwalk. Lo esegue in tv nel 1983, alla serata Motown 25, sulle note di Billie Jean. Non lo inventa lui, lo perfeziona. Lo porta nel salotto di tutti. È una scossa culturale. Da lì in avanti, la musica pop non sarà più la stessa.
Con Thriller rompe i confini. L’album diventa il più venduto di sempre. Il videoclip, un cortometraggio. Mostri, coreografie, cinema e hit. Nel 1984 porta a casa otto Grammy in una sola notte. Poi arrivano Bad con cinque singoli al numero uno negli Stati Uniti. Arrivano tour globali. Arrivano numeri da stadio, ma anche dettagli da artigiano: il cappello inclinato a 45 gradi, il guanto luccicante, il passo trattenuto sul beat.
Dietro il mito, c’è uno studio feroce. Jackson guarda ai ballerini di strada, ascolta i produttori migliori, pretende sincronismi millimetrici. Inventa il “lean” di Smooth Criminal con scarpe brevettate. Cura ogni suono come fosse l’ultimo. Chiede disciplina. La ottiene.
Ombre, processi e il corpo sotto i riflettori
La metà di questa storia sta altrove. Nelle accuse di pedofilia che lo inseguono dagli anni ’90. Nel 1993 un caso chiuso con un accordo civile, senza ammissione di colpa e senza processo penale. Nel 2005 un dibattimento lungo e crudele si chiude con l’assoluzione su tutti i capi d’accusa. Dopo la sua morte, nuove testimonianze, documentari e cause civili riaprono il dibattito. Gli esiti legali sono stati alterni e tecnici. Un fatto resta: nessuna condanna penale quando era in vita. Un altro fatto, più scomodo: la questione divide ancora.
C’è poi il tema del corpo. La pelle che cambia. Il volto che si assottiglia. Lui dice di avere la vitiligine. L’autopsia del 2009 lo conferma. Ammette due chirurgie estetiche al naso. Il resto resta zona grigia, tra ipotesi e ossessione pubblica. Modifica l’immagine come fosse un’opera in divenire. Pagherà un prezzo altissimo. La cronaca racconterà insonnie, farmaci, un equilibrio che si incrina.
Fino a quel 25 giugno. Jackson ha 50 anni. Si allena per il ritorno con This Is It a Londra. A Holmby Hills, a Los Angeles, subisce un arresto cardiaco. Le indagini parlano di intossicazione acuta da propofol e benzodiazepine. Il suo medico personale, Conrad Murray, verrà condannato per omicidio colposo nel 2011. La macchina dei sogni si spegne nel modo più terrestre possibile: un errore umano, una catena di leggerezze fatali.
Eppure, mentre scorrono i titoli e le sentenze, rimane la voce. Rimane “Man in the Mirror” che ti chiede un cambiamento piccolo e quotidiano. Rimane Neverland, oggi luogo della memoria e del conflitto. Rimane quel passo indietro che sembrava sfidare la gravità e invece parlava di tempo, di desiderio, di fuga. Diciassette anni dopo, cosa scegliamo di vedere quando guardiamo Michael Jackson? L’uomo, l’allegoria o entrambe le cose, sovrapposte come una doppia esposizione che non vuole mettersi a fuoco.