Gianmarco Tamberi: tra Problemi Fisici, Alimentazione e Sensi di Colpa – Il Racconto del suo Anno più Difficile

Un compleanno, un post su Instagram, un campione che si toglie l’armatura per dire: ho attraversato la notte, ora vedo l’alba. È la storia di un anno difficile, raccontata con la voce di chi non ha più paura di chiamare le cose per nome: problemi fisici, alimentazione, sensi di colpa.

C’è un’immagine che ci viene naturale quando pensiamo a Gianmarco Tamberi: il sorriso largo, la barba mezza rasata, l’abbraccio al compagno d’avventure sul tartan. Ma la scena, oggi, comincia altrove. Sullo schermo del telefono. Nel giorno del suo compleanno, il campione apre il cassetto e mostra le ombre che ha piegato, non solo le medaglie che ha appeso.

Chi segue l’atletica lo sa. Tamberi è il re del salto in alto: oro olimpico a Tokyo 2020, oro mondiale a Budapest 2023 con una misura vincente che ha fatto alzare tutti in piedi. Prima ancora, una ferita che segna una carriera: la lesione al tendine d’Achille nel 2016, l’Olimpiade di Rio saltata, la lunga risalita. Sa cosa significa stare fermi quando il mondo corre.

Dietro la luce c’è metodo. Il salto in alto chiede caviglie d’acciaio e testa chiara. Gli infortuni più frequenti toccano caviglia, ginocchio e Achille; i carichi pliometrici sono alti; il corpo è laboratorio e frontiera. La gestione del peso influisce sull’efficienza, ma l’equilibrio tra forza e leggerezza resta sottile. Per questo ogni scelta, dal sonno al piatto, pesa come un particolare tecnico.

Il post di compleanno e l’anno più duro

Nel suo messaggio, Tamberi guarda indietro e parla di mesi bui. Usa parole semplici: problemi fisici, una relazione col cibo complicata, sensi di colpa. Non entra nei dettagli clinici e noi non li conosciamo: è giusto dirlo. Ma il quadro è chiaro. Anche un campione può finire nel giro delle rinunce, del controllo che diventa gabbia, della stanchezza che non rigenera.

Il contesto aiuta a capire. Nel grande sport, quando l’energia in entrata non copre quella spesa, il corpo va in riserva: calano recupero e umore, aumentano infortuni e pensieri rigidi. Non diciamo che sia il suo caso specifico: non abbiamo dati certi. Diciamo che è un rischio reale, riconosciuto e studiato, specie in discipline dove “leggero” suona come un imperativo. E lì i sensi di colpa fanno presto a confondersi con la disciplina.

Il valore del post sta qui: non cerca attenuanti, cerca una bussola. “Mi sono lasciato alle spalle quei mesi” è il centro emotivo del racconto. La condivisione, per chi guarda, diventa un invito: non sei solo se il cibo ti sembra un avversario, non sei debole se il corpo non collabora.

Cosa ci insegna davvero

Questo passaggio ricorda che la performance non è solo gesto tecnico. È squadra, anche quando non si vede: chi cura, chi ascolta, chi ricalibra carichi e abitudini. È tempo: riposo che non è pigrizia, alimentazione che non è punizione, allenamento che non è espiazione. È un lessico nuovo, dove “forma” non significa solo muscoli ma anche mente che respira.

Tamberi ha già riscritto la propria storia: dalla sala operatoria all’oro, dai dubbi alla rincorsa che vibra. Oggi aggiunge un capitolo meno spettacolare e più utile. Dice che si può sbagliare strada senza smarrire la direzione. Che si può chiedere aiuto e restare forti. Che si può tornare a saltare non contro il peso, ma con il proprio peso.

E allora l’immagine finale è semplice: una pedana vuota, l’asticella ferma a un’altezza onesta. L’aria è pulita, il passo è leggero. Prima di correre, una domanda: quale asticella vuoi superare tu, oggi, senza più trasformare la disciplina in colpa?

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