La città si ferma, il tricolore vibra in cielo, i passi marciano all’unisono. Poi l’occhio corre a una sedia vuota: un’assenza che pesa più di molte presenze. Il 2 giugno non è solo calendario: è misura di cosa scegliamo di mostrare, e di ciò che preferiamo fare altrove.
Presenza e simboli
Roma, Fori Imperiali. Il sole di inizio estate taglia la parata del 2 giugno. Sfilano reparti, bandiere storiche, Frecce Tricolori che accendono lo sguardo della folla. In tribuna ci sono la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il capo dello Stato Sergio Mattarella, i presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Ci sono il vicepremier Antonio Tajani e diversi ministri, da Carlo Nordio a Giuseppe Valditara, fino a Gilberto Pichetto Fratin. È la coreografia della Repubblica che si racconta: uniforme, memoria, promessa.
Il 2 giugno vive di questo. Di corpi e di ruoli che si riconoscono in pubblico. Di un protocollo che non impone, ma suggerisce. La tribuna d’onore è un gesto. Dice: “Io ci sono”. Parla alle istituzioni, alla cittadinanza, anche a chi vorrebbe restare ai margini. Per molti italiani, questa è la giornata in cui la politica mette da parte le risse e indossa il vestito civile dell’unità.
L’assenza e i messaggi della politica
A metà mattina si capisce che un tassello manca. Matteo Salvini non c’è. È la seconda volta di fila, secondo le cronache, che il leader leghista salta la parata. Perché? La versione circolata è semplice: “È al ministero, al lavoro”. A confermarlo, nelle ore della sfilata, è Ignazio La Russa: “Ognuno è dove vuole”. Parole asciutte, quasi a dire che non serve aggiungere altro.
C’è un dettaglio però. Non risulta una nota ufficiale con l’agenda dettagliata del vicepremier al Ministero delle Infrastrutture. I dossier, certo, non mancano: cantieri legati al PNRR, sicurezza stradale, grandi opere. È plausibile che il MIT non si fermi. Ma l’assenza, in un giorno così, diventa subito lettura politica. E qui le strade si dividono.
Per alcuni, restare in ufficio è un segnale di operatività: meno passerelle, più pratica. Una linea coerente con lo slogan “prima i fatti”. Per altri, saltare la parata è invece un messaggio: marcare distanza dal rito, evitare foto di squadra, tenersi uno spazio proprio. In entrambi i casi, la scelta produce un effetto. Fa parlare la sedia vuota almeno quanto parlano le divise in marcia.
C’è anche il piano del consenso. La base più identitaria può apprezzare il gesto controcorrente. L’elettorato istituzionale, invece, può leggere uno strappo simbolico in una ricorrenza che, da decenni, tiene insieme maggioranza e opposizioni sotto la stessa bandiera. Non è una questione di obblighi. È una questione di segni.
Nel frattempo, la cerimonia scorre. I reparti delle Forze armate sfilano, gli applausi salgono a ondate. Il governo mostra compattezza nella tribuna, con volti che ormai conosciamo bene. Il leader della Lega sceglie un’altra scena. Nessuno vieta la libertà di copione. Ma ogni copione – in politica – costruisce un’immagine e, con quella, un racconto.
Forse tutto si riduce a questa domanda, semplice e spiazzante: in un giorno che celebra la casa comune, dove pesa di più “esserci”? Sotto il sole dei Fori Imperiali o dietro una porta chiusa, su un fascicolo da firmare? L’eco della banda si allontana. Ognuno, dentro di sé, decide quale suono vuole tenere.